
Torino dei giorni nostri. Nelle fabbriche si sta combattendo una dura battaglia, quella della crisi economica. Nicola Ranieri è a capo di un industria di materiale ecologico ereditata dal padre. Dopo anni migliori l’azienda subisce il collasso sotto l’ondata della crisi e l’unica possibilità per evitare la bancarotta è la chiusura della fabbrica. Ma Nicola non molla sotto questi fortissimi colpi, il posticipo forzato delle buste paga dei 70 dipendenti a carico e i no della banca che gli aveva aperto i cancelli nei giorni migliori. Nicola cerca in tutti i modi una soluzione per resistere alla chiusura.
La pellicola diretta da Giuliano Montaldo è slavata di ogni colore tranne che dei toni freddi e cupi, quasi in bianco e nero, a calcare uno spazio temporale in cui non c’è niente di buono, dove si perdono le sicurezze del lavoro e della famiglie, nonchè gli affetti. Pierfrancesco Favino interpreta il protagonista e titolare della fabbrica, Nicola Ranieri, solido uomo di mezza età, fiero del proprio lavoro e di quello di suo padre, cui vuole onorare l’azienda e tenerla aperta a tutti i costi. L’interpretazione è ancora una volta solidissima per l’attore romano. Riempie lo schermo e tiene incollati con la sua forza. Non dicasi lo stesso per la pur sempre brava Carolina Crescentini. L’avevamo vista in ruoli migliori, in commedie o situazioni corali come Boris in cui interpretava un’attrice acidella. Il ruolo della moglie (è troppo giovane) di famiglia nobile, dalla madre snob e straricca e un’amica che la ospita a casa quando è in lite con il marito, non gli si addice troppo.
La sostanza del film parla della paura di perdere il lavoro, l’angoscia di non poter sostenere la propria famiglia, ma soprattutto di perdere ciò per cui si sono fatti sacrifici e con esso la propria identità acquisita nel processo degli anni passati a svolgere il proprio lavoro. In contrasto a ciò la forza e la volontà di reagire anche alle situazioni critiche. Questo soprattutto nelle azioni di Nicola che da uomo onesto, pur di non cedere al crollo, finge un incontro con dei giapponesi per far alzare le trattative dei tedeschi in procinto di rilevare parte dell’azienda. Questo porta ad un lieto fine, sciupato solo dalle azioni (ir)razionali dell’ ossessionato Nicola, ormai più verso la moglie che verso il lavoro e le famiglie a carico. Ne poteva nascere un’ idolo o un esempio da seguire mentre si è pensato a dare un’ulteriore tocco di dramma.
Scritte e diretto in canoni poco tradizionali, ovvero in maniera che ogni situazione o decisione risulti appesantita dai dialoghi diretti e la fotografia spinta. La sceneggiatura comunque riflette la situazione di moltissimi titolari di aziende di tutta Italia ed è in parte scritta in maniera verosimile alla realtà, da un certo punto di vista cosa buona e giusta, ma da un’ altro si scorda di essere un prodotto cinematografico e risente della mancanza di alcuni elementi che catturino lo spettatore. Tutto ciò che può farlo quindi rimane la cruda realtà in cui ci possiamo specchiare o meno: Favino che senza mezzi termini dice ai suoi operai che si sta per chiudere la fabbrica; Favino che pedina la moglie; la Crescentini che per respirare invece di aiutare il marito preferisce incontrare e confidarsi con un giovane meccanico rumeno.
Il film scivola comunque abbastanza bene se non fosse che pecca quando la situazione si fa più interessante e non centra il bersaglio sulla situazione fallimentare della fabbrica. Infatti a circa metà film prende il sopravvento la parte coniugale del racconto, scordandosi il vero o presunto scopo e per almeno mezz’ora si vedono solo pedinamenti e incontri/scontri tra Favino e la Crescentini. Nonostante tutto però si mantiene un prodotto di nicchia superiore agli standard italiani a cui siamo abituati, un po’ polpettone esageratamente drammatico, un po’ buon quadro dei nostri giorni ma, visto come prodotto cinematografico, rimane un po’ indigesto.
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