SOURCE CODE: la recensione

L’ufficiale dell’aeronautica militare Colter Stevens si risveglia improvvisamente in un treno diretto a Chicago. Fino a pochi secondi prima l’ufficiale si trovava in missione in Afghanistan a bordo del suo elicottero e non comprende come può trovarsi li, in un vagone di un treno che non ha mai preso assieme ad altre persone sconosciute e una donna che gli parla come se lo conoscesse. Frastornato Colter cerca di fare mente locale andando nel bagno del treno, ma nello specchio si vede riflesso con un’altro volto. Tutto ad un tratto un’esplosione fa saltare in aria il treno e ogni singolo passeggero.

A quel punto l’ufficiale si ritrova catapultato in una cabina sigillata dalla quale è in contatto con una donna ufficiale che lo informa di essere nel programma Source Code, un’importantissimo piano segreto che ha lo scopo di sventare un’attacco terroristico avvenuto alcune ore prima proprio sul treno diretto a Chicago. Per fare ciò Colter rivive gli ultimi 8 minuti di vita dell’uomo nel quale viene impiantato, con delle potenzialità celebrali simili alle sue. In questi 8 minuti dovrà scoprire chi e come ha organizzato l’attentato al treno per capire come sventare altri imminenti attacchi di maggiore grandezza.

Duncan Jones (l’ex Zowye Bowye, figlio del più noto David) ci ha già deliziato due anni fa con la sua prima prova cinematografica, il fantascientifico Moon, storia di un astronauta da che si trova da tre anni solo su una base lunare e in crisi d’identità per la scoperta di segreti di cui era all’oscuro. Qui Duncan torna sul genere fantascientifico, ma di stampo Mindbender, come ad esempio Inception o Donnie Darko con lo stesso Jake Gyllenhaal, ovvero pellicole costituite da rompicapo celebrali e salti temporali. Se però con Moon aveva il pieno controllo dell’opera, che aveva anche ideato e scritto con Nathan Parker qui arriva (ad Hollywood) a cast già definito e con uno script già pronto, dopo che lui stesso ne abbozzò un soggetto agli Studios. Non è di certo stato un film facile da dirigere, con molti problemi da risolvere come la ripetizione delle scene in cui Colter si risveglia nel treno o come raccontare in modo originale le sorprese della pellicola, ma l’amore per la storia, il personaggio, l’escalation di indizi e scoperte incastrate in modo magistrale una ad una come in Moon, fanno di questa opera un tassello importante del cinema moderno. In altre mani poteva diventare un polpettone spara/fuggi come tanti altri, invece Jones ci mette tutto l’amore per la pellicola e un’ accennata poesia, anche se non quanto Moon, nonchè una maturità assoluta.

Tra Moon e Source Code daltronde ci sono vari elementi in comune, come i due personaggi granitici che lottano per cercare la propria verità personale, Sam Bell per scoprire cosa si cela nella base lunare in cui non è solo e l’ufficiale Colter Stevens che oltre a dover scoprire l’attentatore del treno tenta anche una via personale, quella di salvare le persone del treno per cercare di creare una realtà parallela, il tutto dopo che i loro personaggi finiscono in crisi d’identità, non sanno più chi sono o dove si trovano, con chi hanno a che fare e cosa stanno facendo. Ma questi misteri leggermente intrecciati sono narrati benissimo dal giovane regista che ha fortemente voluto Sam Rockwell, stra-usato e sciupato nel ruolo del solitario astronauta Sam Bell, ma che è stato voluto da Jake Gyllenhaal per dirigerlo come Colter Stevens.

Con Jake Gyllenhaal nel cast ci sono anche la sorridente trentacinquenne Michelle Monaghan (Parto Col Folle, Somwhere) che offre molto alla storia (d’amore) come elemento femminile portante della pellicola (a differenza della virile ufficiale Goodwin) e si immedesima in modo grandioso in colei che spesso chiede imperterrito cosa sta succedendo, ignara dei fatti, ma è anche spalla e complice di Gyllenhaal. Nelle file opposte, di chi sta dietro all’ architettazione del piano, ci sono, come detto, la mascolina ufficiale Carol Goodwin interpretata dalla versatile Vera Farmiga (Tra Le Nuvole, Orphan) che da grande attrice rende i lavori più facili ad ogni regista data la sua formidabile abilità nel riuscire a comunicare solo con uno sguardo e permetterti di capire cosa prova, come la speranza e la compassione verso Colter che suscita il suo personaggio nei momenti più poetici del film. Ma dietro a tutta questa macchina del tempo celebrale che cambierà la storia della scienza e della ricerca c’è il dr. Rutledge, interpretato da Jeffrey Wright (Casino Royale, W.) il villain di turno che spreme il più possibile Colter mandandolo più volte in “viaggio” nel treno facendo in cambio una promessa, salvo poi scoprire le sue reali intenzioni.

Come se non bastassero l’ottima regia, la storia originale ed interessante, una sceneggiatura di ferro (di Ben Ripley) e un cast eccezionale, si aggiungono la graziosa luce di Don Burgess e le vibranti musiche del veterano di colonne sonore Clint Mansell, noto soprattutto per quelle di Requiem For A Dream e gli altri film di Aronofsky, oltre che compositore della soundtrack di Moon. Un film in definitiva di cui è difficile trovarne i difetti. Quello su cui si può discutere è il “lungo” finale, infatti la soluzione viene trovata a 20 minuti dalla fine ma forse la vera soluzione è quella che tenta di creare Colter negli ultimi indimenticabili minuti. Un film che va visto soprattutto per le tematiche che toccano anche la scienza (il metodo usato per rivivere il passato infinite volte), la filosofia e la metafisica come motori di un ingranaggio ben più grosso di quanto sembra, ma racchiude un microcosmo irreale di una persona che farà di tutto pur di renderlo reale.

ScappoDammit


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