DRIVE: la recensione

Ci sono 100.000 strade in questa città, non c’è bisogno che tu le conosca, dammi ora e luogo e ti do 5 minuti, qualsiasi cosa accada in quei 5 minuti ci penso io, ma ti avverto, qualsiasi cosa accada un minuto prima e un minuto dopo te la cavi da solo.”

Con queste parole esordisce il pilota senza nome per avvertire i due rapinatori che accompagna verso il luogo della rapina. Guida la macchina più comune della California, una banalissima Impala bianca che per l’occasione monta un motore da 300 cavalli, tutti a completa disposizione per l’imminente fuga dalla polizia. Sembra di essere a fianco del pilota, oppure di provare un videogioco di simulazione di guida. Lui sguardo fisso, mano guantata inchiodata al volante. Ha il volto da bravo ragazzo e un passato sconosciuto. Si sa poco circa la sua esistenza: conosce le macchine meglio di qualsiasi altra cosa, meccanico e stuntman cinematografico di giorno, pilota per rapinatori di notte e aspira alle gare ad alta velocità assieme al capo officina, a sua volta braccato dalla mafia locale e invischiato in affari sporchi. Un giro di soldi e macchine poco gradito al pilota che, dopo aver conosciuto Irene e il figlioletto, ed essersi affezionato, cerca in tutti i modi di disfarsene ed avere almeno una parte di vita tranquilla. Ma i problemi giungono quando lei, ormai innamorata del pilota, si vede tornare a casa il marito, appena uscito di prigione e incastrato in un giro di soldi. Malgrado ciò ad aiutarlo sarà proprio il pilota che non si tira indietro pur di non lasciare Irene nei guai. Quello che ha inizio è un’escalation di violenza, tema sempre presente e sempre giustificato nei lavori di Refn dalla trilogia di Pusher a Bronson: «In questa storia la violenza è giustificata solo se c’è amore dietro e in un certo senso esplode anche sessualmente per cui la violenza serve essenzialmente alla storia d’amore».

Quello di lui e di lei sono due mondi così distanti che però quando si incontrano, si intrecciano e tutto il resto si ferma. Si fissano, dopo qualche secondo sorridono e si capiscono senza alcun bisogno di parole; il pilota dalla doppia vita (l’emergente e talentuoso canadese Ryan Gosling) e la madre in cerca di affetto (la sempre più dolce Carey Mulligan segnata anche qui da un velo di sofferenza). Tutto il film è incentrato sul loro incontro e sui loro sguardi che ben rappresentano l’amore che matura tra di loro come i ralenty a là In The Mood For Love che enfatizzano la sempre maggiore voglia di uno dell’altro.


Ma Drive oltre ad essere una semplicissima (schematicamente parlando) ma profonda storia d’amore, ha tratti noir o come lo ha definito il regista danese Nicolas Winding Refn, un “Noir al Neon”. Come non dargli torto viste le luci abbaglianti che spiccano sia nelle riprese aeree sia dentro le strade della Los Angeles notturna come nel migliore poliziesco losangelino di Michael Mann o un film anni ’80; epoca fondamentale per il regista da cui ne trae anche la colonna sonora: «Sono nato negli anni ’70, ma il mio cinema e la mia musica di riferimento riguardano gli Ottanta. Drive affianca momenti poetici ad altri efferati, entrambi parte della personalità sdoppiata del protagonista. Ne è sintesi la scena in un ascensore in cui l’uomo consuma l’unico, appassionato bacio alla donna che ha cambiato la sua vita, e subito dopo prende a calci la testa di un killer fino a spappolarla.”

Un personaggio interessante ed intrigante, quello creato nel romanzo omonimo di James Sallis poi trasposto nella sceneggiatura per il film da Hossein Amini, che strizza ovviamente l’occhio al ben più noto Travis Bickle di Taxi Driver per temperanza, cinismo e ovviamente l’aver a che fare con la strada e le persone che la abitano. Poche parole ma tanta sostanza nella storia semplice e concisa che dirige Refn, un vero talento nel miscelare altri talenti. Il principale è quello di Ryan Gosling, piacevole e soprattutto notevole che fino ad oggi era rimasto un mistero. Forse l’unico oggi ad Hollywood a poter impersonare un personaggio picchiaduro senza averne l’aspetto ma evocando cattiveria necessaria e violenza nel sangue. Tra lui e il regista è nata un intesa “telepatica” che li porterà a lavorare ancora insieme. Ottima la spalla Carey Mulligan, che solo grazie al viso trasmette tutto ciò che è necessario al suo personaggio: ricerca d’affetto. Come ogni cult che si rispetti in Drive non manca niente. Un personaggio perfetto che non è facile scordare, scene mozzafiato tra scenari d’amore, sparatorie e fughe in macchina, inquadrature e luci scelte con perfetta cura in cui viene inserita una colonna sonora meravigliosa, che amplia ciò che si vede sullo schermo, si colloca benissimo tra le immagini ed emoziona come poche. A real human being and a real hero.


ScappoDammit 

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One thought on “DRIVE: la recensione

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