L’ARTE DI VINCERE: la recensione

Billy Beane è il general manager della squadra di baseball americano Oakland Athletics ma a differenza dei colleghi non dispone dei milioni da investire sulle compravendite come le altre squadre e per di più vede cedere, senza poter fare nulla, i suoi 3 migliori giocatori. Beane per puro caso durante il caos del managing della squadra, incontra un giovane neo laureato in economia, Peter Brand, che consiglia di attuare un mercato dettato dalla legge dei numeri e delle statistiche molto complicato ma economico. I due inizieranno una storica collaborazione in cui il cinico ma idealista Beane porterà avanti la tattica dei numeri contro tutto e tutti nonostante le prime sconfitte sul campo.

La positiva interpretazione di Brad Pitt è stata possibile grazie al carattere duro ma impulsivo del suo personaggio scandito con linearità nell’avvincente ma semplice sceneggiatura di Steven Zaillian (Premio Oscar per Schindler’s List) e Aaron Sorkin (Premio Oscar per The Social Network) uno dei migliori a trasporre per il cinema storie di vita reale che hanno lasciato il segno e su cui ci si può specchiare dopo averne individuato i conflitti e le sfaccettature. Un maestro del racconto che assimila tutto ma filtra solo l’essenziale, che capisce bene i suoi personaggi e ce li espone senza mezzi termini in maniera incredibilmente realistica e stilosa. Come la sceneggiatura tratta dal libro sulle gesta di Mark Zuckerberg anche questa narra il classico racconto di periferia che diventa di interesse nazionale e il film lo gira a livello mondiale. Ma in fondo è questo il cinema, storie di personaggi che compiono delle scelte, buone o sbagliate che siano, in linea con le proprie convinzioni e disillusioni, tanto da trasformarlo in un racconto quasi romantico nei confronti dello sport che riesce a sposare le proprie leggi con quelle umane.

Brad Pitt è Billy Beane, l’ancora oggi general manager degli Oakland A’s

Cosa succederebbe se un GM di una squadra di baseball iniziasse a praticare una tattica fatta di calcoli e percentuali?

La domanda alla base del film porta ad una risposta che ha cambiato le regole del marketing nel baseball odierno e le squadre provinciali, grazie a questo metodo, possono competere con quelle ultra millionarie, i quali interessi economici cadrebbero a picco. Un po’ come se una provinciale come il Chievo vende il suo miglior attaccante e per sostituirlo al meglio compra 3 attaccanti riserve a prezzo stracciato che, secondo le percentuali, segnino durante la stagione un numero di reti totali uguale a quella del bomber e, anche se non riescono a vincere il campionato, si qualificano in Champions League. Ora queste leggi non possono essere applicate con effettivo successo nel calcio, ma l’esempio è circa questo e Billy Beane ne è divenuto l’icona, anche se l’ideatore è Paul DePodesta (nel film sotto il nome di Peter Brand e interpretato da Jonah Hill). Il metodo intrapreso dai due è chiamato specificamente sabermetrica (dall’acronimo SABR: Society for American Baseball Research) coniato da Billy James, un vecchio pioniere e statista del baseball che però non applicò mai i suoi studi, anzi venne definito pazzo. Ora possiamo dire che tali studi statistici non sono stati inutili e ancora oggi vengono utilizzati nella Lega americana, anche se il nostro Beane sta ancora tentando di vincere la partita (chi ha visto il film capisce).

Grazie a questo interessante ruolo Brad Pitt si conferma ancora un’attore di tutto rispetto e imprevedibile che sceglie ottimamente i propri ruoli e porta al film una grande ventata di professionalità e visibilità verso il grande pubblico, inanellando l’ennesima prova riuscita in un film importante (dopo The Tree of Life, Bastardi Senza Gloria e Benjamin Button) e diretto da registi di spicco. Anche tutta l’energia della regia è volta all’interpretazione della star, alla quale si è affidato il 45enne Bennett Miller, nel suo secondo film dopo Truman Capote che portò il protagonista Philip Seymour Hoffman al premio Oscar come migliore attore. Anche in L’Arte di Vincere Hoffman figura tra gli attori nel ruolo dell’allenatore in contrasto con la politica di Beane; non un ruolo esaltante ma importante per rafforzare le decisioni di Beane. Ma Beane forse non sarebbe riuscito a reggere tutto quel peso da solo, quindi si sfoga, chiede aiuto e consulta solo il suo nuovo braccio destro Peter Brand, ovvero Jonah Hill. Una pressochè perfetta spalla destra (anch’esso nominato agli Oscar come Pitt) dall’aria da buon ragazzotto pacioccone ma dallo sguardo convinto e profondo. Hill è famosissimo in patria per le riuscite commedie di Judd Apatow e il generazionale Suxbad, ma ha mostrato il suo vero talento in un ruolo tostissimo nel film dello scorso anno Cyrus, al fianco di Marisa Tomei e John C. Reilly.

Il libro da cui è tratto il film è inedito in Italia ed è di Michael Lewis (Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game) che tratta perlopiù il metodo statistico in sè, piuttosto che la storia di fiction. Già una trasposizione di un suo libro aveva raggiunto il gala degli Oscar, cioè The Blind Side sempre dallo scenario sportivo ma incentrato sui campi verdi del football americano con una Sandra Bullock che per il ruolo vinse l’Oscar. L’ingiusto (Unfair, ndr) nel titolo del libro esprime ciò che viene raccontato nel film e con il perdente Beane ma può essere scalfito dall’insegnamento che la sconfitta sul campo non implica per forza la propria vittoria personale, contro tutto e tutti.

Candidato a 6 premi Oscar:  Miglior Film, Miglior Attore (Brad Pitt), Miglior Attore Non Protagonista (Jonah Hill), Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Montaggio e Miglior Sonoro.
La Frase: “Odio perdere più di quanto ami vincere”
La Scena Clou: Il primo incontro tra Billy Beane e Peter Brand in cui il g.m. chiede al ragazzo se è il suo primo incarico nel baseball ma lui replica con “E’ il mio primo lavoro in assoluto”.
Voto: 8

ScappoDammit

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3 thoughts on “L’ARTE DI VINCERE: la recensione

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