BUSINESS LARGER THAN LIFE. Cogan e Le Belve

Quando il business è strettamente legato alla malavita e finisce per essere più grande della vita stessa.

 Lo Scoiattolo, un malavitoso in cerca di denaro sporco, assolda due ladruncoli per rapinare una partita di poker di Markie Trattman già nei guai per aver rubato in precedenza le vincite dei suoi compagni. Dall’altro lato un altro boss incarica un killer professionista di trovare i 2 ladri e di uccidere definitivamente anche il derubato. Il killer pagato per uccidere tutti è Kevin Cogan, un elemento sconosciuto ma rinomato nel mestiere per il fatto di non provocare alcun problema, anzi di risolverli, e per questo ricorda il Drive losangelino. Parla solo con i fatti. Questo minimamente intricato rapporto tra ladri, killer e boss del New Orleans più suburbano, finisce per scontrarsi attraverso uno schema narrativo molto classico, intriso di cliché e cose già viste, ma non privo di anima: la psicologia di ognuno di loro risalta in un microcosmo disfattista, in cui ognuno cerca qualcosa ma si deve scontrare contro gli interessi altrui. L’America è un BUSINESS e ognuno pensa al proprio (portafogli, onore, affari personali). Cogan in questo ammasso di malavita si distingue per il suo carattere cinico e perfezionista, come Statham professionista assassino, non lascia nulla al caso e prevede tutto nei minimi particolari, agisce secondo una propria logica di killer intelligente e professionale, incontra il suo datore di lavoro esclusivamente in una macchina ed uccide solo chi non conosce, dolcemente (killing them softly). Per questo Cogan chiede una mano a Mickey, un collega newyorkese della vecchia scuola (J. Gandolfini dei Soprano nel solito ruolo di gangster, tra i migliori mai visti al cinema e in tv per spessore e verosomiglianza) che però negli anni si è alcolizzato e ha perso la testa. Tra dialoghi ai limiti del tarantiniano tra i due sicari professionisti e tra i due ladruncoli dello Scoiattolo, la connessione tra le scene è fatta di ben poca azione rispetto al previsto anche se potente e ben mirata, come un ralenty che sancisce il destino del malavitoso Markie Trattman (Ray Liotta, poverino, maltrattato in tutto il film) o la rapina sgangherata alla partita di poker con guanti da cucina e un fucile mozzato, più che a canne mozze. Cogan non è un semplice intrattenimento come i consueti action sparatutto in stile video ludico, ma una buona riflessione nell’immaginario gangsteristico americano odierno, dove i cowboy sono diventati i Brad Pitt astuti che si leccano i baffi davanti agli spavaldi e deboli, come la società fa con loro. Difatto il film critica in maniera parecchio spinosa la società in cui essi vivono (e quindi anche noi?), la comunità (come direbbe Obama) o presunta tale, attraverso lo spioncino sul mondo da cui osservano i ladri, gli imbroglioni, gli uomini privi di umanità e rispetto. Difficile prendere sul serio le parole di un killer, ma si sa, quando lo fa con audacia e convinzione di se ci rende parte di lui, ognuno colpevole dei propri mali grandi o grossi che siano e tramite empatia parliamo anche noi e ci crediamo: “L’America rende soli. L’America è solo un business; perciò paga!”

 L’America è un business, ma lo è anche il Messico dell’incontaminata droga gestita violentemente dai cartelli di contrabbandieri e killer professionisti. Non di certo dei Cogan ma non meno violenti, baffoni, con cappelli lunghi e pelle vissuta. Il gioco al gatto e al topo in Le Belve avviene tra due etnie diverse e gli americani diventano la preda. Ovvero due ragazzi che hanno costruito una fortuna con il commercio di Marijuana importata dall’Afghanistan. Uno buono (sapiente in botanica e buddhista) e uno cattivo (ex marine che importava gli stupefacenti) si attirano e respingono a vicenda nelle loro scelte di collaborazione forzata con i cartelli di Tijuana attirati dal grande BUSINESS. Caratteri opposti che hanno in comune una donna. Il piano per liberarla dalla priogionia messicana è una semplice escalation di complotti, doppi giochi e violenza. Il gioco cinematografico di Oliver Stone tenta di mettere tensione ed entusiasmare ma non si addentra nei meandri delle scatole craniche dei suoi protagonisti quanto sulle loro abilità nel mettersi in gioco nonostante affrontino qualcosa di più grande di loro, una prova di cinismo fuori dall’ordinario che solo un grande regista può elevare alla portata mirabolante di quelli che furono Blow, Pulp Fiction o Scarface. Scalata e ascesa al potere sono all’ordine del giorno per un’argomento con elementi del genere, ma bisogna curarli con attenzione per non far si che la parabola intrattenitiva ed emozionale diventi discendente. E Stone ci riesce per metà. Perchè proprio dove risulta essere incredibilmente fresco ed emozionante nell’immedesimarci nelle vicende (parte intrattenitiva), finisce poi per appiattirsi in azioni poco sensate di personaggi poco sfaccettati (parte emotiva), tutti belli e bravi in qualcosa, quindi USATI furbescamente per lo scopo finale in se della storia, semplici ingranaggi messi li perchè tutto torni, come quasi sempre accade quando si traspone un libro dal quale si tralasciano pensieri e sensazioni dei suoi personaggi. Infatti sembra che praticamente per tutto il film il regista ci voglia prendere in giro. Tutto è una farsa e Stone lo sa, noi lo percepiamo, come l’inspiegabile doppio finale propiziato ad hoc dalla scenetta introduttiva, appunto con furbizia. Chi fa atto di ciò non può arrivare alla soddisfazione totale. Stone accenna anche a qualche concetto astratto a la Assassini Nati oltre alle solite inquadrature oblique, come a voler disturbare e dare un taglio giovanile. I due giovani protagonisti però sono poco affiatati in coppia, empatizzare con loro è pressochè impossibile e restano delle macchie in un lerciume di droga, dalla quale però sbuca un buon John Travolta nel ruolo del poliziotto della narcotici “comprato” e anello di congiunzione delle due fazioni contendenti. Riesce male invece il ruolo della super cattiva formosissima Salma Hayek, anche lei consapevole di essere completamente fuori ruolo, mai credibile neanche un po’ come capo di una banda pericolosissima che ha come scopo raggiungere il monopolio della marijuana e riguadagnarsi l’affetto della figlia. Le belve stoniane non esaltano e non annoiano ma nel banale finale americano rischiano quasi di stonare. Forse per questa volta era meglio il finale messicano dove per una volta il business non conosceva ne vincitori ne vinti.

La differenza sostanziale tra i due film è che il killer Cogan richieda una partecipazione dello spettatore e nel suo realismo è un lavoro frutto di una profonda conoscenza nel campo, nonostante sia raccontato registicamente tramite cliché, mentre i cliché sono parte della narrativa delle Belve (potrebbe averlo scritto chiunque) che però vorrebbero riprendersi mostrando un’originalità di immagine chiedendo però scarsa partecipazione.

Lorenzo Scappini

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4 thoughts on “BUSINESS LARGER THAN LIFE. Cogan e Le Belve

  1. Sì belle rece e condivido il giudizio su Le belve: delusione, che personaggini, macchiette proprio, sì ci hai messo il threeasome, sì la ganja&la bella vita e inquadrature&montaggio ggiovane… ma penso a Mickey e Mallory e mi incazzo, Oliver Stone 2012 delusione, invecchia male, peccato…
    Invece devo assolutamente recuperare Cogan…in lingua?
    ma ecco, ora vedi che ci sta anche killer joe in questa discussione…
    maso

  2. si gli elementi per spassarsela infatti c’erano tutti e il regista anche… è per questo che fa incazzare, tante potenzialità sprecate… e poi pensi ai suoi film vecchi dove osava senza un domani… oggi si è un bel po’ agiato Oliverino…
    Penso che dovrebbe rendere parecchio Cogan in lingua soprattutto se Brad Pitt e James Gandolfini hanno recitato con il dialetto del sud-est.
    Si in effetti ci stava alla grande Killer Joe in questo articolo… più business di così!…. business di cosce di pollo!!! Presto recensione anche di lui.

  3. Pingback: DUE VERSIONI DEL MALE – Killer Joe | Toby Dammit

  4. Pingback: Riflessioni sul cinema del 2012. I 10 migliori film dell’anno: | Toby Dammit

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