Fantasia e fantasy. RUBY SPARKS e LO HOBBIT

Un giovane scrittore raggiunge un prematuro successo letterario grazie al suo primo romanzo e tutto ad un tratto per pubblico e critica diventa un genio, termine che lo opprime e demonizza. Un concetto appena accennato che però ripercuote il giovane protagonista per tutto il film, interpretato da un intenso ed intellettuale Paul Dano che ricorda un giovane e psicotico Woody Allen, in perenne conflitto con il suo essere e con le donne. Qui lo scrittore riesce magicamente a crearne una, la copia perfetta della sua donna ideale, uscita proprio dall’inchiostro delle pagine del suo nuovo romanzo. E’ proprio la donna perfetta per lui, Ruby Sparks, come l’ha sempre immaginata, nei dialoghi e nei sentimenti puri. Pian piano però la manipolazione del suo carattere e dei suoi sentimenti si rivelano un’arma a doppio taglio e Ruby diventerà incontrollabile. Lei è la magnifica Zoe Kazan (nipote del cineasta Elia) e vera autrice/ideatrice del film che si è ritagliata il ruolo dopo aver scritto la sceneggiatura ed averla proposta alla coppia Valerie Faris e Jonathan Dayton. Brillante rom-com con l’elemento fantastico che dà quel tocco spregiudicato e vigoroso alla narrazione, riuscendo a farne il fulcro del racconto, senza cadere nel ridicolo, come poteva facilmente accadere. Ma la collaudata coppia di coniugi Faris-Dayton riporta la stessa lucidità e freschezza del cinema di Little Miss Sunshine, a cui sottrae l’ironia per far posto alla magia, all’onirica e trascendente Ruby, vista come un angelo al di sopra di tutto ma modellabile a piacimento dell’uomo. Non indagano a fondo sul suo personaggio, del quale per mantenere una certa curiosità mistica ci vengono descritti soltanto alcuni elementi attraverso le parole d’inchiostro che si trasformano sul mondo terreno, perchè i registi vogliono focalizzarsi sull’elemento umano e le sue caratteristiche, specie di fronte alle fantasie, alle pulsioni e i desideri. Piacevoli i camei di Annette Bening e Antonio Banderas.

Probabilmente Peter Jackson è uno abituato alle pressioni dei produttori, viste le sue opere milionarie e monumentali, e a quelle dei fans che si aspettano sempre il meglio nelle sue trasposizioni di Tolkien. Finora ha sempre convinto entrambe le categorie ed è riuscito a far guadagnare miliardi ai suoi produttori, che hanno investito fiducia e soldi dopo un’ostentata volontà del regista di tornare nel fantasioso mondo della Terra Di Mezzo. Jackson ci aveva lasciati dal palco degli Oscar del 2004 con 11 statuette vinte (record) e una delle migliori saghe fantasy mai trasposte sullo schermo. Vabbè nel frattempo ha girato un filmetto come King Kong (2005) e il letterario Amabili Resti (2009), ma ha lasciato anche grande attesa dietro di se per la ripresa della saga sugli hobbit, per dirigere la nuova trilogia con il nuovo protagonista Bilbo Baggins (zio di Frodo) e prequel della trilogia dell’anello. Qui le gesta eroiche e leggendarie di Frodo e compagni che avverranno in futuro sono anticipate da una storia più soft e apparentemente meno interessante ma comunque piena di elementi fantasy ed epici. L’epica del viaggio ritorna, anche se in maniera diversa, narrando come Bilbo si sia unito alla compagni di 11 spericolati nani alla ricerca del drago Smaug che distrusse la loro città, guidati dal già noto Gandalf. Bilbo a differenza del disincantato Frodo è ben più razionale e concreto, per cui inizialmente gli risulta difficile partire per il viaggio, per di più con dei folli nani guidati dal loro re Thorin Scudodiquercia. Come con i capitoli precedenti risaltano gli effetti speciali a gogo della Weta e le ottime scenografie, interamente costruite nei monumentali studi di Wellington in Nuova Zelanda, dove sono stati impiegati un migliaio di operai. Si preannuncia un altro kolossal di grande livello in cui il primo capitolo è servito essenzialmente per prepararci al meglio e presentarci i personaggi e le prime difficoltà, un po’ come con La Compagnia Dell’Anello. E anche se le critiche sono state pesanti come per la durata complessiva delle opere per sole 300 pagine di romanzo quando invece con Il Signore degli Anelli si parlava di raccontare più di 1000 pagine, qua è piaciuto, e parecchio, perchè Jackson riesce sempre a farci rimanere incollati alle sue virtuose riprese, nonostante la storia si dilunghi parecchio e sia stata diluita con elementi riconducibili alla vecchia trilogia tanto per rendere il tutto più gratificante…. e cinematografico.

Lorenzo Scappini

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