Fantasia e fantasy. RUBY SPARKS e LO HOBBIT

Un giovane scrittore raggiunge un prematuro successo letterario grazie al suo primo romanzo e tutto ad un tratto per pubblico e critica diventa un genio, termine che lo opprime e demonizza. Un concetto appena accennato che però ripercuote il giovane protagonista per tutto il film, interpretato da un intenso ed intellettuale Paul Dano che ricorda un giovane e psicotico Woody Allen, in perenne conflitto con il suo essere e con le donne. Qui lo scrittore riesce magicamente a crearne una, la copia perfetta della sua donna ideale, uscita proprio dall’inchiostro delle pagine del suo nuovo romanzo. E’ proprio la donna perfetta per lui, Ruby Sparks, come l’ha sempre immaginata, nei dialoghi e nei sentimenti puri. Pian piano però la manipolazione del suo carattere e dei suoi sentimenti si rivelano un’arma a doppio taglio e Ruby diventerà incontrollabile. Lei è la magnifica Zoe Kazan (nipote del cineasta Elia) e vera autrice/ideatrice del film che si è ritagliata il ruolo dopo aver scritto la sceneggiatura ed averla proposta alla coppia Valerie Faris e Jonathan Dayton. Brillante rom-com con l’elemento fantastico che dà quel tocco spregiudicato e vigoroso alla narrazione, riuscendo a farne il fulcro del racconto, senza cadere nel ridicolo, come poteva facilmente accadere. Ma la collaudata coppia di coniugi Faris-Dayton riporta la stessa lucidità e freschezza del cinema di Little Miss Sunshine, a cui sottrae l’ironia per far posto alla magia, all’onirica e trascendente Ruby, vista come un angelo al di sopra di tutto ma modellabile a piacimento dell’uomo. Non indagano a fondo sul suo personaggio, del quale per mantenere una certa curiosità mistica ci vengono descritti soltanto alcuni elementi attraverso le parole d’inchiostro che si trasformano sul mondo terreno, perchè i registi vogliono focalizzarsi sull’elemento umano e le sue caratteristiche, specie di fronte alle fantasie, alle pulsioni e i desideri. Piacevoli i camei di Annette Bening e Antonio Banderas.

Probabilmente Peter Jackson è uno abituato alle pressioni dei produttori, viste le sue opere milionarie e monumentali, e a quelle dei fans che si aspettano sempre il meglio nelle sue trasposizioni di Tolkien. Finora ha sempre convinto entrambe le categorie ed è riuscito a far guadagnare miliardi ai suoi produttori, che hanno investito fiducia e soldi dopo un’ostentata volontà del regista di tornare nel fantasioso mondo della Terra Di Mezzo. Jackson ci aveva lasciati dal palco degli Oscar del 2004 con 11 statuette vinte (record) e una delle migliori saghe fantasy mai trasposte sullo schermo. Vabbè nel frattempo ha girato un filmetto come King Kong (2005) e il letterario Amabili Resti (2009), ma ha lasciato anche grande attesa dietro di se per la ripresa della saga sugli hobbit, per dirigere la nuova trilogia con il nuovo protagonista Bilbo Baggins (zio di Frodo) e prequel della trilogia dell’anello. Qui le gesta eroiche e leggendarie di Frodo e compagni che avverranno in futuro sono anticipate da una storia più soft e apparentemente meno interessante ma comunque piena di elementi fantasy ed epici. L’epica del viaggio ritorna, anche se in maniera diversa, narrando come Bilbo si sia unito alla compagni di 11 spericolati nani alla ricerca del drago Smaug che distrusse la loro città, guidati dal già noto Gandalf. Bilbo a differenza del disincantato Frodo è ben più razionale e concreto, per cui inizialmente gli risulta difficile partire per il viaggio, per di più con dei folli nani guidati dal loro re Thorin Scudodiquercia. Come con i capitoli precedenti risaltano gli effetti speciali a gogo della Weta e le ottime scenografie, interamente costruite nei monumentali studi di Wellington in Nuova Zelanda, dove sono stati impiegati un migliaio di operai. Si preannuncia un altro kolossal di grande livello in cui il primo capitolo è servito essenzialmente per prepararci al meglio e presentarci i personaggi e le prime difficoltà, un po’ come con La Compagnia Dell’Anello. E anche se le critiche sono state pesanti come per la durata complessiva delle opere per sole 300 pagine di romanzo quando invece con Il Signore degli Anelli si parlava di raccontare più di 1000 pagine, qua è piaciuto, e parecchio, perchè Jackson riesce sempre a farci rimanere incollati alle sue virtuose riprese, nonostante la storia si dilunghi parecchio e sia stata diluita con elementi riconducibili alla vecchia trilogia tanto per rendere il tutto più gratificante…. e cinematografico.

Lorenzo Scappini

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Riflessioni sul cinema del 2012. I 10 migliori film dell’anno:

Vediamo cosa viene fuori da un’anno in cui gli Oscar hanno eletto The Artist (uscito però nel 2011), Venezia ha detto Pietà, Cannes ha scelto Amour e a Berlino hanno trionfato i nostri Taviani con Cesare Deve Morire. Tanti i film belli di questo anno, che hanno ampliato la ricerca della bellezza nell’ambito cinematografico, molti hanno detto molto, più di quanto si sperava, molti hanno raccontato grandi storie, altri non ci sono riusciti, ma nessuno di questi ha fatto letteralmente impazzire. Dopo la top 10 lo spiegherò meglio…

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  1. SISTER di Ursula Meier – Lo stabilirò col tempo se è stato davvero il miglior film del 2012, ma di certo è quello che mi ha spiazzato e sorpreso di più.
  2. THE HELP di Tate Taylor – Sicuramente è stato il più emozionante, sia per la trama sulle nere perseguitate in Mississipi negli anni 60 sia per le attrici che le hanno interpretate, bianche spietate comprese.
  3. IL SOSPETTO di Thomas Vinterberg – Un capolavoro di sceneggiatura e recitazione, un’esplosione di contrasti per il protagonista martoriato da un’ingiusta sentenza, la reazione di un uomo per bene e del figlio che lo ammira.
  4. ARGO di Ben Affleck – L’America che non ti aspetti prima tira fuori un attore belloccio come tanti, poi lo trasforma in perfetto raccontastorie, ovvero regista: dopo il buon The Town ora si consacra tra i migliori registi emergenti con questo film di spionaggio internazionale, molto patriottico ma mai perbenista e scontato. Lascia con il fiato sospeso fino alla fine.
  5. PARADISO AMARO di Alexander Payne – le sceneggiature sulle complicazioni dei rapporti umani nella loro semplicità e schiettezza, permettono di raggiungere la maturità di Payne, che riesce ad incantare grazie alle Hawaii mai così agrodolci.
  6. ARRUGAS di Ignacio Ferreras – Una vera chicca scoperta al Future Film Festival e vincitore di 2 premi Goya in Spagna. Una delizia di racconto animato tratto dal fumetto di Paco Roca sul mondo degli anziani, della malattia, della casa di cura, narrato con eleganza, ironia e grande tatto, come meriterebbero gli stessi anziani in cura.
  7. MILLENNIUM: UOMINI CHE ODIANO LE DONNE di David Fincher – Per me David Fincher è come una Walter PPK per James Bond, non sbaglia un colpo. Ogni anno che fa un film per me entra sempre e tranquillamente nella rispettiva top10. Ha riadattato e fatto sua una storia già forte e recentemente già portata sullo schermo, per cui la caduta poteva essere facile, ma grazie alla sua classe innata e alla sua vena dark/noir, trae un racconto più viscerale e duro dell’originale, risultando più interessante e quindi riuscito dell’originale svedese.
  8. E’ STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì – L’unico italiano in top10 e di gran lunga il migliore film italiano dell’anno! Ciprì finalmente ridà dignità creativa e stilistica nonchè narrativa ad un cinema sepolto ed abbandonato ad altri. Una Sicilia divertentissima e una Mafia nascosta dietro le mura domestiche.
  9. L’ARTE DI VINCERE di Bennett Miller – L’arte di vincere facilmente quando Aaron Sorkin ti propone una sceneggiatura così. Dopo The Social Network dà struttura e dialoghi anche a questo racconto tipicamente americano ma insolito, raccontando come la legge dei numeri e delle statistiche irromperà nelle regole del baseball odierno e di come un padre sia il miglior perdente della storia. Ha provato a scalfirlo recentemente Di Nuovo In Gioco con Clint Eastwood puntando sul baseball old style ma non riuscendo a raggiungere i livelli del film di Miller.
  10. KILLER JOE + COGAN. KILLING THEM SOFTLY di William Friedkin e Andrew Dominik – Ovvero il BUSINESS LARGER THAN LIFE trattato tanto quest’anno. La dettagliatezza, talvolta meticolosa, dei due killer professionisti (e professionali) ha colpito come pochi e ci siamo appassionati alle loro gesta, ai luoghi suburbani desolanti e alle cosce di pollo fritte.

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E’ stato difficile eguagliare e far scordare il migliore dell’anno scorso, Drive, ed infatti nessun film per me è riuscito ad arrivare alla vetta assoluta, niente da 10 e lode come negli ultimi anni, oltre al capolavoro di Refn, erano stati The Social Network (2010) e Gran Torino (2009), sentendomi quindi carente di un punto di riferimento e sempre con questo metodo di giudizio confrontando la top10 di questo anno e degli altri anni mi viene male: Bastardi Senza Gloria, Up e Moon (tutti del 2009) o Inception, Il Profeta e The Road (tutti del 2010) tanto per dirne alcuni e i migliori dell’anno scorso come Il Grinta, Il Cigno Nero, Habemus Papam, Una Separazione, Source Code, Tournèe e Machete .

Comunque, proseguendo, se dalla Top10 mancano film come Amour, Cesare Deve Morire, Shame e Moonrise Kingdom è perchè ancora purtroppo non ho potuto vederli e oltre alla decina dei film scelti non vanno scordati gli ottimi Lo Hobbit, Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, Ruby Sparks, Hugo Cabret, Quasi Amici, Young Adult, Another Earth, The Avengers, The Lady e Prometheus. Da un lato abbiamo avuto un cinema europeo ad ottimi livelli ma dall’altro un cinema italiano completamente a picco dove al boxoffice la gente conferma di preferire le solite commedie, mentre i film degni sono decisamente stati pochi, oltre a Ciprì anche ACAB, Reality, Bella Addormentata, Romanzo di Una Strage, Il Primo Uomo, Diaz ed Io e Te. Cito volentieri anche il doc Italy: Love it or leave it presentato in tournèe anche al nostro cinema Snaporaz.

MIGLIOR SERIE TV: MILDRED PIERCE – In realtà è una minisere, da 3 puntate di quasi 2 ore l’una, e a tutti gli effetti un’opera monumentale in costume interpretata da una Kate Winslet ai massimi livelli e una storia fortissima basata su Il Romanzo di Mildred del 1945.

MIGLIOR DOC: ex aequo MARINA ABRAMOVIC: THE ARTIST IS PRESENT e BAD 25. Due opere su due grandissime figure, l’amatissimo re del pop scomparso da pochi anni omaggiato da figure importantissime in occasione dell’anniversario dell’ album Bad e la spericolata vita dell’artista serba giunta alla sua ultima incredibile perfomance. Entrambi colpiscono e centrano il bersaglio, toccando corde fortissime!

L’augurio è per un 2013 più ricco di film che accendano il cervello, la mente e il cuore, e meno i portafogli dei produttori, senza però togliere colpe ad un pubblico sempre meno attento, abituato a commedie bassissime e chiuso in casa davanti a reality e fiction, ma che dovrebbe svegliarsi un po. In Europa, specie Francia, Spagna e Gran Bretagna lo stanno già facendo molto bene, anche ai livelli dello strapotere americano, nonostante risaltino per le loro chicche indipendenti. Peccato per il mancato film da 10elode, magari nel 2013 si potrà ripetere la coppia Refn-Gosling, oppure Tarantino con il suo attesissimo Django Unchained, o il Lincoln di Spielberg, il Frankenweenie di Tim Burton, Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow oppure come succede spesso, sarà un film sconosciuto ed inaspettato a sorprenderci. Buon Anno!

Lorenzo Scappini

I migliori 10 film sulla fine del mondo. Parte 2

Eccoci qua al fatidico giorno X.
E come promesso, visto che il tempo stringe, dopo la prima parte ecco anche la seconda metà dei 10 migliori film dedicati alla fine della nostra esistenza.
E siccome mentre c’è chi prega Cristo noi versiamo il Crystal (cit.), vi beccate ancora catastrofi naturali, cataclismi sconvolgenti e apocalittiche minacce a Gaia, tutte viste attraverso l’occhio spietato del cinematografo:Immagine 4

6.  Armageddon (1998) – Un’asteroide della dimensione dell’intero stato del Texas colpirà la Terra entro 18 giorni causando l’estinzione della razza umana, proprio come l’asteroide che milioni di anni fa mise fine all’era dei dinosauri. Spetta al trivellatore Bruce Willis e al giovane collega Ben Affleck sventare la minaccia e tornare dalla loro amata Liv Tyler.
7.  Independence Day (1996) – Ancora Roland Emmerich: dominatore di questa Top10 con il terzo film sulla minaccia terrestre, qui costituita da un’invasione aliena. Peccato trovino sul loro cammino un incazzato capitano Will Smith.
8.  Sunshine (2007) – Il Sole si sta per spegnere e la Terra con essa. L’unico modo per salvarlo/salvarci è rivitalizzare i processi nucleari all’interno del Sole, facendo esplodere una bomba nucleare stellare per evitare la morte termica dell’universo. Targato Danny Boyle, il genere vira sul parallelismo tra l’estinzione e i risvolti oscuri della psicologia umana.
9.  La Guerra Dei Mondi (2005) – Strani acquazzoni seguiti da fulmini e terremoti scuotono misteriosamente la Terra. Dalle loro crepe usciranno niente meno che dei robot tripodi guidati da alieni, tornati per fare riemergere le loro armi e conquistarci. Per fortuna per noi c’è Tom Cruise e un ecosistema completamente riadattato al solo essere umano.
10.  Segnali Dal Futuro (2009) – Un film mediocre che propone una svolta innovativa sul concetto di Arca di Noe per ripopolare un altro mondo a causa della fine del nostro. Nicolas Cage trova in una capsula un elenco di numeri e si rende conto che ad ogni serie di numeri corrisponde una grave catastrofe. Se non altro vi è la splendida scena dell’aereo.

Buona Fine del Mondo,

Lorenzo Scappini

L’ultimo dei capolavori danesi. IL SOSPETTO

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Innanzitutto il riconoscimento principale del film di Thomas Vinterberg è senza dubbio la prova attoriale altissima di Mads Mikkelsen. La propria consacrazione tra i migliori attori cresciuti negli anni ’90 (già da subito nel grande giro cinematografico danese prima con Refn poi con Susanne Bier e Lone Scherfig) e maturato negli anni 2000 soprattutto in Dopo Il Matrimonio e nel ruolo del supercattivo Le Chiffre in Casino Royale, ora giunto all’apice di una carriera perfetta che non ha mai avuto cali. Il suo ruolo nel film di Vinterberg è quello di un padre moderno e rispettoso che nonostante la lontananza dal figlio gli dimostra affetto e mostra una grande devozione al proprio lavoro di maestro d’asilo, grazie all’amore incondizionato che ha per i bambini. Il suo personaggio è chiaro fin da subito, puro, onesto ma che ad un tratto vede crollarsi un mondo addosso. Infatti verrà messa sotto torchio da tutta la cittadina in cui vive quando una bambina dell’asilo insinuerà alla direttrice di essere stata oggetto di abusi sessuali proprio dall’insegnante, mentendo perchè si tratta solo di capricci infantili. In modo equamente infantile la notizia viene presa per attendibile da tutti gli insegnanti dell’asilo e dai genitori, a partire dal padre della bimba, amico fraterno del malcapitato sospetto.

Come pochi Vinterberg analizza l’intera faccenda grazie alla sceneggiatura di ferro: con piccoli elementi ci viene presentato benissimo il personaggio e il suo passato (è divorziato e capiamo i suoi rapporti con la moglie solo dal fatto che il cane abbaia ogni volta che sente il suo nome), il carattere pacifico reso dalle doti dell’attore, i buoni rapporti con il figlio (non più un bambino ma risalta la sua figura in quanto il padre è sempre a contatto con altri bambini), i paesaggi descrittivi costituiti da grandandoli maestosi e spaesanti in cui spicca l’armoniosa figura dell’asilo montessoriano. Un onesto adulto che nonostante tutto si ritrova contro le avversità create dalla parola di una bambina. Il bello però è che il film non si limita a descrivere le sensazioni di un individuo ma permettendoci di entrare parte attiva della storia e farci un nostro giudizio non sulla colpevolezza (se non qualche dubbio appena accennato) quanto sulla rigidità e il modo in cui viene trattato dagli altri personaggi che lo accusano ed il film va ad interrogarsi appunto su cosa succederebbe se una bambina dell’asilo per una ripicca infantile metta in dubbio l’intera vita di un uomo tanto tranquillo e buono quanto bravo coi bambini. La situazione per lui si fa critica quando viene considerato un malato pedofilo dalla preside dell’asilo, dai genitori dei bambini, dalla sua ragazza e soprattutto dal figlio. Un’involuzione del personaggio nella rabbia che si sprigiona verso una comunità che non lo vuole fare parlare e non lo vuole vedere in giro, odio che ad un certo punto si prova anche verso la bambina. Si viene a formare man mano una spirale di rifiuto fatta di avversità, l’essere emarginati ingiustamente e l’essere soli contro tutti. Ma nel momento in cui le cose si fanno più dure arriva il figlio, unico che sembra credergli e pronto a tutto per suo padre.

Lorenzo Scappini

I migliori 10 film sulla fine del mondo. Parte 1

Ormai è sulla bocca di tutti, basta chiedere in giro per credere. Il 21 Dicembre 2012 è alle porte e la teorica fine del mondo secondo il famigerato (e forse mal interpretato) calendario Maya è vicina. Nella sua lunga storia il cinema ci ha raccontato anche questo sottogenere dei film di fanatascienza catastrofici, la paura della fine del mondo e dell’estinzione della razza umana, che a questo punto potrebbe diventare non più fantascienza. Dal nostro punto di vista non potevamo non cogliere l’occasione per osservare quali possano essere i film più interessanti ed inerenti per l’evento e prepararsi al meglio al fatidico giorno X.

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  1. Melancholia (2011) – parte con il giorno più felice per una coppia, il matrimonio, ed arriva a sviscerare le paure e l’angoscia ancestrale dell’uomo, è di sicuro l’opera autoriale e più riflessiva, la follia di Lars von Trier nel suo ultimo film trasmette anche barlumi di speranza, la fine del mondo nella sua forma più completa.
  2. The Day After Tomorrow (2004) – spettacolarità ed inevitabilità, scioglimento dei ghiacci per via del surriscaldamento globale attraverso mirati effetti speciali di un ancora non troppo eccessivo Roland Emmerich.
  3. The Core (2003) – il nucleo della Terra smette di ruotare e le radiazioni scaturiscono tempeste e rischiano di cuocere il pianeta, emulando Armageddon a colpi di trivella fino al centro della Terra.
  4. Deep Impact (1998) – varie storie che si incrociano nella speranza di sopravvivenza a causa dell’imminente impatto di un immenso meteorite diretto sulla Terra.
  5. 2012 (2009) – L’eccessivismo digitale di Roland Emmerich al suo picco, pertanto ne risente la storia tutta, ma è senza dubbio il titolo più calzante per l’evento. Popcorn e Coca-Cola e siete pronti per il 21 Dicembre perfetto… sul divano.

La seconda parte nei prossimi giorni…

Lorenzo Scappini

Il racconto di una vita – Clint Eastwood è DI NUOVO IN GIOCO

Clint Eastwood torna davanti alla macchina da presa nel ruolo di Gus, un anziano talent scout di baseball che ha passato la vita sui campi a scoprire giovani talenti, venendo però a meno nel suo ruolo di padre. Nel film emergeranno entrambi gli aspetti di questo personaggio chiuso e scorbutico ma dalla forte morale dell’ American Dream ed arrivato al culmine di una vita dove l’unica cosa in cui non è riuscito è nel mantenere i rapporti con la figlia. Tra i due vi è un netto distacco: lei ormai trentenne fa l’avvocato, aspirando però ad essere accettata finalmente dal padre, mentre lui è vicino al pensionamento forzato, anche per colpa di una malattia che lo sta rendendo cieco, e non ne vuole sapere di essere aiutato da nessuno, ne tantomeno dalla figlia volenterosa.

E se è ormai tautologico che un film in cui recita Clint Eastwood è anche un film di Clint Eastwood, in questa opera l’affermazione è più che percettibile. Infatti il film si stabilizza sulla linea strutturale e narrativa del cinema-Eastwood, il quale però non avrebbe sicuramente ceduto a certi buonismi e manierismi, talvolta caricaturali, che si presentano qua e la nella storia, soprattutto nel rapporto conflittuale tra padre-figlia e i loro fantasmi del passato, talvolta spesso banali. Ma troviamo anche elementi del cinema-Eastwood contemporaneo, come il vecchio malandato che ha ancora molto da insegnare ma si trova in duro contrasto con la società, il bisogno di insegnare, va contro la tecnologica per predicare i vecchi insegnamenti, sbriciolando di fatto l’intero lavoro di L’Arte di Vincere con Brad Pitt e la vittoria del calcolo percentuale quantitativo contro quello qualitativo sul valore dei giocatori di baseball e su cui si basa il marketing di tutti i club americani. Anche il titolo sembra fatto apposta per Clint e la sua vita passata davanti alla cinepresa, poi dietro come regista, quindi lasciando il ruolo di attore fino all’attuale “ritorno in gioco”: infatti dopo Gran Torino aveva annunciato di non voler più apparire davanti alla macchina da presa. Il titolo originale Trouble With The Curve (difficoltà con il tiro ad effetto) ha un senso strettamente tecnico nel campo del baseball ma può essere letto anche per definire i problemi tra i due, a causa delle pieghe caratteriali contrastanti e le diverse generazioni. Un ulteriore punto a favore nella carriera di Clint, ormai 82enne, che ha sostenuto e visionato in prima persona questo buon esordio alla regia dell’amico ed aiuto regista degli ultimi anni Robert Lorenz; una storia già sentita su un tema già molto battuto dove il bello sta tutto nel personaggio magistralmente scritto ed interpretato dall’ex pupillo di Sergio Leone; ogni singolo centimetro di pelle vissuta, sempre a spese della macchina da presa per il mondo del cinema e per il quale si donerà fino all’ultimo dei suoi giorni come un inestimabile bene culturale di prim’ordine. Long live Clint !

Lorenzo Scappini

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MARINA ABRAMOVIC – The Artist Is Present

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L’arte di Marina Abramovic è un mondo lontanissimo, raggiungibile solo sorpassando la soglia del pregiudicarla come pazza o come l’hanno definita molti, una strega, ignorando. L’arte di Marina Abramovic non è fatta di opere come quadri e sculture, ma costituita solo dal proprio corpo, quello umano, più e più volte martoriato, mostrato nudo, ai limiti del possibile in shockanti performance fisiche che non lasciano indifferenti. Grazie a questo suo donarsi al mondo dell’arte, nel corso dei decenni è riuscita a ritagliarsi un posto nell’olimpo dei più riconosciuti artisti del secolo scorso. Nel 2010 il MoMA di New York ha deciso di proporre per 3 mesi una retrospettiva sulle sue performance svolte in oltre 40 anni e delineare un ritratto della sua vita. Lei ha colto l’occasione per mettere in atto la sua ultima e più grande performance: restare seduta su una sedia sei giorni alla settimana per 8 ore al giorno senza mai parlare e alzarsi e accogliere nella sedia di fronte a lei chiunque voglia farlo per un periodo di tempo non determinato, riuscendo in qualche modo ad evocare emozioni forti nei suoi interlocutori muti e rendendoli il vero soggetto della performance.

Scrivo la recensione di un film uscito tempo fa, ma che ha avuto una distribuzione talmente irrisoria da risultare invisibile, perchè non mi ha lasciato indifferente e mi ha mosso qualcosa nel profondo. L’ho visto senza conoscere il personaggio ne tantomeno le sue performance. E sono rimasto colpito. La Performance Art di Marina Abramovic esplora la forma oltre il gusto, il dolore oltre il disgusto, la fantasia, il coraggio, le emozioni più spinte e naturali che evocano in qualche modo l’animo umano. Una forma espressiva che non può lasciare indifferenti e soprattutto innovativa, nello specifico lei è unica. Anche se nel loro singolo le performance potrebbe essere eccessivamente pesanti per alcuni, il documentario racchiude il meglio di ogni suo lavoro senza esagerare da questo punto di vista e rende in modo superbo il vero succo di un’intera vita, per questo può essere visto da tutti. Ma il doc di Matthew Akers è doppiamente bello ed interessante perchè oltre a mostrarci i lavori estremi di una donna di ferro, ci delinea anche una persona emotivamente molto sensibile capace di cedere in lacrime profonde alla vista del suo ex compagno di vita e di lavoro Ulay quando gli si presenta come ospite durante la sua performance al MoMA. Il momento clue del documentario, il più toccante. La macchina cinema rispecchia in modo giustamente distaccato e maturo tutta la storia ma anche i momenti nevralgici in cui la macchina da presa si fa più vicina e intima alla figura dell’artista serba (entriamo nella sua casa, nei dietro le quinte), lasciando a noi i giudizi, senza imporceli con la voce fuori campo, ma ponendo sempre lei stessa narratrice oppure i diretti interessati della storia, come il gallerista del MoMA oltre che ex marito di lei, che ad un certo punto all’apice della storia esclama una delle frasi più belle ed importanti del film che racchiude il riassunto di una bellissima biografia su una persona unica: “She’s never not performing “.

Lorenzo Scappini

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