Il racconto di una vita – Clint Eastwood è DI NUOVO IN GIOCO

Clint Eastwood torna davanti alla macchina da presa nel ruolo di Gus, un anziano talent scout di baseball che ha passato la vita sui campi a scoprire giovani talenti, venendo però a meno nel suo ruolo di padre. Nel film emergeranno entrambi gli aspetti di questo personaggio chiuso e scorbutico ma dalla forte morale dell’ American Dream ed arrivato al culmine di una vita dove l’unica cosa in cui non è riuscito è nel mantenere i rapporti con la figlia. Tra i due vi è un netto distacco: lei ormai trentenne fa l’avvocato, aspirando però ad essere accettata finalmente dal padre, mentre lui è vicino al pensionamento forzato, anche per colpa di una malattia che lo sta rendendo cieco, e non ne vuole sapere di essere aiutato da nessuno, ne tantomeno dalla figlia volenterosa.

E se è ormai tautologico che un film in cui recita Clint Eastwood è anche un film di Clint Eastwood, in questa opera l’affermazione è più che percettibile. Infatti il film si stabilizza sulla linea strutturale e narrativa del cinema-Eastwood, il quale però non avrebbe sicuramente ceduto a certi buonismi e manierismi, talvolta caricaturali, che si presentano qua e la nella storia, soprattutto nel rapporto conflittuale tra padre-figlia e i loro fantasmi del passato, talvolta spesso banali. Ma troviamo anche elementi del cinema-Eastwood contemporaneo, come il vecchio malandato che ha ancora molto da insegnare ma si trova in duro contrasto con la società, il bisogno di insegnare, va contro la tecnologica per predicare i vecchi insegnamenti, sbriciolando di fatto l’intero lavoro di L’Arte di Vincere con Brad Pitt e la vittoria del calcolo percentuale quantitativo contro quello qualitativo sul valore dei giocatori di baseball e su cui si basa il marketing di tutti i club americani. Anche il titolo sembra fatto apposta per Clint e la sua vita passata davanti alla cinepresa, poi dietro come regista, quindi lasciando il ruolo di attore fino all’attuale “ritorno in gioco”: infatti dopo Gran Torino aveva annunciato di non voler più apparire davanti alla macchina da presa. Il titolo originale Trouble With The Curve (difficoltà con il tiro ad effetto) ha un senso strettamente tecnico nel campo del baseball ma può essere letto anche per definire i problemi tra i due, a causa delle pieghe caratteriali contrastanti e le diverse generazioni. Un ulteriore punto a favore nella carriera di Clint, ormai 82enne, che ha sostenuto e visionato in prima persona questo buon esordio alla regia dell’amico ed aiuto regista degli ultimi anni Robert Lorenz; una storia già sentita su un tema già molto battuto dove il bello sta tutto nel personaggio magistralmente scritto ed interpretato dall’ex pupillo di Sergio Leone; ogni singolo centimetro di pelle vissuta, sempre a spese della macchina da presa per il mondo del cinema e per il quale si donerà fino all’ultimo dei suoi giorni come un inestimabile bene culturale di prim’ordine. Long live Clint !

Lorenzo Scappini

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MARINA ABRAMOVIC – The Artist Is Present

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L’arte di Marina Abramovic è un mondo lontanissimo, raggiungibile solo sorpassando la soglia del pregiudicarla come pazza o come l’hanno definita molti, una strega, ignorando. L’arte di Marina Abramovic non è fatta di opere come quadri e sculture, ma costituita solo dal proprio corpo, quello umano, più e più volte martoriato, mostrato nudo, ai limiti del possibile in shockanti performance fisiche che non lasciano indifferenti. Grazie a questo suo donarsi al mondo dell’arte, nel corso dei decenni è riuscita a ritagliarsi un posto nell’olimpo dei più riconosciuti artisti del secolo scorso. Nel 2010 il MoMA di New York ha deciso di proporre per 3 mesi una retrospettiva sulle sue performance svolte in oltre 40 anni e delineare un ritratto della sua vita. Lei ha colto l’occasione per mettere in atto la sua ultima e più grande performance: restare seduta su una sedia sei giorni alla settimana per 8 ore al giorno senza mai parlare e alzarsi e accogliere nella sedia di fronte a lei chiunque voglia farlo per un periodo di tempo non determinato, riuscendo in qualche modo ad evocare emozioni forti nei suoi interlocutori muti e rendendoli il vero soggetto della performance.

Scrivo la recensione di un film uscito tempo fa, ma che ha avuto una distribuzione talmente irrisoria da risultare invisibile, perchè non mi ha lasciato indifferente e mi ha mosso qualcosa nel profondo. L’ho visto senza conoscere il personaggio ne tantomeno le sue performance. E sono rimasto colpito. La Performance Art di Marina Abramovic esplora la forma oltre il gusto, il dolore oltre il disgusto, la fantasia, il coraggio, le emozioni più spinte e naturali che evocano in qualche modo l’animo umano. Una forma espressiva che non può lasciare indifferenti e soprattutto innovativa, nello specifico lei è unica. Anche se nel loro singolo le performance potrebbe essere eccessivamente pesanti per alcuni, il documentario racchiude il meglio di ogni suo lavoro senza esagerare da questo punto di vista e rende in modo superbo il vero succo di un’intera vita, per questo può essere visto da tutti. Ma il doc di Matthew Akers è doppiamente bello ed interessante perchè oltre a mostrarci i lavori estremi di una donna di ferro, ci delinea anche una persona emotivamente molto sensibile capace di cedere in lacrime profonde alla vista del suo ex compagno di vita e di lavoro Ulay quando gli si presenta come ospite durante la sua performance al MoMA. Il momento clue del documentario, il più toccante. La macchina cinema rispecchia in modo giustamente distaccato e maturo tutta la storia ma anche i momenti nevralgici in cui la macchina da presa si fa più vicina e intima alla figura dell’artista serba (entriamo nella sua casa, nei dietro le quinte), lasciando a noi i giudizi, senza imporceli con la voce fuori campo, ma ponendo sempre lei stessa narratrice oppure i diretti interessati della storia, come il gallerista del MoMA oltre che ex marito di lei, che ad un certo punto all’apice della storia esclama una delle frasi più belle ed importanti del film che racchiude il riassunto di una bellissima biografia su una persona unica: “She’s never not performing “.

Lorenzo Scappini

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Anteprima THE LORDS OF SALEM di Rob Zombie

Torino Film Festival – Il piccolo atrio del cinema Reposi è colmo di gente in attesa di entrare a vedere il film in concorso Arthur Newman con Collin Firth presente in sala. Io e ScappoDammit, appena usciti dalla sala 3 dopo la deludente proiezione di THE LIABILITY, decidiamo di dividerci, così mentre lui opta per l’atteso film con Firth, io mi incammino verso sala 1 dove con grandissimo anticipo incomincia a intravedersi una prima coda per il film THE LORDS OF SALEM, presentato fuori concorso nella sezione Rapporto Confidenziale.

Finalmente entriamo e la sala lentamente si riempie. Si spengono le luci e il film comincia. Prime scene: sei streghe fanno un rito satanico, si denudano al grido di “uccideremo la vergine puttana”, sono passati solo pochi minuti di film, mi guardo in giro e le facce del resto del pubblico sono scioccate quanto la mia.

Il film racconta le vicissitudini della rocker Heidi (impersonata dalla bella e brava moglie del regista Sheri Moon Zombie), DJ per un’emittente radio locale e forma il Big H Radio insieme a Whitey e Munster Herman. Arriva in radio un misterioso disco in vinile ad Heidi, spedito dai “Lord”. La ragazza pensa si tratti di una nuova rock band in cerca di visibilità, ma appena ascolta, risveglierà vecchi fantasmi del passato che fagociterà la protagonista in una spirale di satanismo e malvagità.

Il film finisce nel silenzio più totale, la sala è totalmente sotto shock, non vola una mosca e nel silenzio più assoluto tutti usciamo.

Il sesto film di Rob Zombie è uno spettacolo per gli occhi, nel quale il regista si distacca dalla forte crudeltà e tinte più spaltter, o comunque molto violente dei precedenti film, per stupirci con atmosfere cupe e ovattate dalle tenebre.
In totale contrapposizione all’effetto “luna park” del suo primo film e dalla sua frenetica regia, ed al suo seguito strutturato come un macabro road movie, in cui il regista ci porta a fare conoscenza della violentissima e immorale Famiglia Firefly, questo film gioca in maniera capace ed eccellente con una regia più lenta e inquadrature tetre, buie ed inquietanti.
L’argomento delle streghe e del culto di satana si insinua come una spina fastidiosa, che porta nello spettatore un quasi impercettibile stato di disagio per tutto il film.
Se l’horror poteva essere anche autoriale, Rob Zombie l’ha sicuramente dimostrato.

Un film unico che, sia amato che odiato, non lascia indifferente lo spettatore sia per la crudeltà disturbante (ripeto differente dai suoi film), sia per la grande capacità registica di Zombie.

VOTO: 10

In chiusura vi lascio con un’intervista al regista.
Buon cinema a tutti.

Festival di Roma

Che in realtà si chiama Festival internazionale del Film di Roma e si è tenuto dal 9 al 17 Novembre 2012. E lo so che è finito da un pochetto, ma due righe ai posteri le lascio in ogni caso e comunque qualche piccola chicca non premiata l’ho scovata, quindi veloci alle segnalazioni:

Anzi mi dilungo due righe sulla location perche sai noi-che-andiamo-ai-festival ne sappiamo tantissimo e qui manca questo e lì ci stava meglio quest’altro… E invece a Roma  devo ammettere che han allestito un festivalone a misura d’uomo: “-one” perché alla fine i grossi nomi c’erano ma “a misura” perché il programma non prevedeva sovraffollamenti di film, anzi potevi pure pensare di vederti tutti i film delle categorie principali. Le sale erano belle e capienti e hanno lasciato fuori poche persone; poi ho mooolto ben accettato il bus gratuito che dal centro città ti portava al palazzo della Musica, ma soprattutto il tutto funzionava maledettamente bene perché non mancavano posti per sedere bere fumare mangiare e chiacchierare, cioè quello che si fa tra un film e l’altro.

Il cecchino (Belgio, Francia, Italia) di Michele Placido – Fuori concorso

Son entrato a proiezione in corso, visto dalla meta’ in poi, mi son fatto una idea di com’è ma non ci provo neanche a giudicar la trama. Per dire, non posso cogliere il senso della “scelta” finale. Comunque tra chi lo ha visto tutto c’è chi lo critica e chi dice discreto ma con la bocca un po’ storta e c’è chi dice che quella “scelta” è semplicemente ridicola. Io mi faccio influenzare e da quel che ho visto appoggio le facce perplesse.

Non e’ Heat-La sfida, ok, ma forse tocca difendere Placido che a suo modo mette su una bella co-produzione italofrancese e sa confezionare un thrillerino d’altri tempi, con colpi di scena a stuffo e forse qualche WTF o scene che “si ma vabbe così è da idioti” di troppo. Però c’è anche una bella fotografia, location dignitose, personaggi sporchi e dannati, l’onore e il tradimento, l’amore e gli schiaffi, e si spara e si mena. Chiudo dicendo che non sembra un film italiano e difatti e’ anche mezzo francese, però non è che sia bellissimo, ma dico che dove funziona, non sembra una roba italiana. Perché qualche pecca da “boona la prima” con qualche attore compaesano, c’è, vero Luca Argentero? Recita pure Placido (niente da dire), la figlia Violante (ci sposiamo?) e quasi tutti gli altri son francesi: protagonista Daniel Auteuil, il cecchino è Mathieu Kassovitz.

Comme un lion (Francia) di Samuel Collardey – Alice nella citta

Giovane giocatore africano viene immigrato illegalmente in Francia con la promessa di un provino per il PSG. Si ritrova in strada, mal visto/sopportato da tutti, ma la sua voglia di giocare lo fanno emergere, fino al successo, gol in serie A. Ad aiutarlo un allenatore bravo ma dal carattere discutibile che si era compromesso la carriera. Film buonista, certi stereotopi danno fastidio, poi se li sai usare puoi fare anche Welcome, altrimenti fai un film buono per i ggiovani fino ai 14 anni. E difatti io l’ho visto in mezzo a 500 regazzini delle medie che nel finale han delirato con applausi sui gol finali e olè ad ogni passaggio. Titolo da tenere a mente per ogni cineforum pre-liceo.

L’invasione (Italia) di Yves Allegret – Retro

OTTIMO, forse il meglio visto, ed è un film degli anni ’70. Ricco architetto che vive con moglie annoiata in una lussuosa villa, una notte riceve come ospiti a sorpresa i suoi studenti. Questi gli mettono a soqquadro tutto, lo travestono da donna, vanno a letto con la moglie, gli allagano il salotto. Finale con pistola e roulette russa. Dovrebbe esser un film italiano

Pezzi (Italia) di Luca Ferrari – PIT, Prospettiva Italia

NOTEVOLE. film doc su alcuni loschi individui della periferia romana. Storie di cocaina e furti e di famiglie sfasciate. Macchina a mano e lunghe interviste confessioni, 3 anni di lavoro.

Main dans la main (Francia) di Valerie Donzelli – Selezione ufficiale in concorso

Era meglio La guerra è dichiarata, ma bello ritrovare i due protagonisti; lei sa girare, qui siamo in piena commedia, e si canta e balla per quasi la metà del film, dicevo commedia , molto francese, forse troppo. La Donzelli è ora sorella di lui, qui unico protagonista che cerca lavoro e rimane incollato alla direttrice dell’Opera di Parigi. Letteralmente, non si possono staccare l’uno dall’altro, si muovono all’unisono come ombre (e via di grandi gag). Molto musicale (e molto ballato).

Back to 1942 (Cina) di Xiaogang Feng – Selezione ufficiale in concorso

Kolossal storico cinese sulla carestia e relativa migrazione della popolazione di una regione cinese, durante la seconda guerra mondiale. Tutti China tranne Adrian Brody nei panni di un fotografo americano che cerca di convincere i burocrati della gravita delle persone. Super Kolossal come non ne vedevo da tempo, tipo migliaia di comparse, almeno 10 storie parallele che ne ho seguite la metà ma mi domando dato che è molto critico verso il governo di allora, uscirà anche in Cina?

Marfa Girl (USA) di Larry Clark – Selezione ufficiale in concorso

OTTIMO Beh Larry Clark ha il suo stile, e a me piace, tempi morti tra lunghe scene di sesso e droga, vabbè, vuoi mettere con chi si perde in un sacchetto che vola col vento? Poi ha vinto, la storia giudicherà, per me è SIII

Suspension of Disbelief (UK) di Mike Figgis – Cine maXXI secolo 

OTTIMO Ma è un film nel film nel film che non piacerà a nessuno tranne i fissatini del cinema come noi. Vuoi scrivere un film? guardiamoci questo almeno 3 volte e poi parliamo di sceneggiatura. Minchia, bravo figgis, e figa l’attrice. Recuperatelo/recuperiamolo

Figgis porta avanti questa sua riflessione sul dispositivo cinema sempre legandola ad un modo nuovo di narrare storie, davvero da studiare, anzi Scappo, ricordi TIMECODE?

In questa sezione c’era anche Greeaway, un altro che cerca e sperimenta parecchio, però non l’ho visto…

TOBY DAMMIT AL 30° TORINO FILM FESTIVAL

Abbiamo visto 5 anteprime nazionali e seguito l’avvio nei primi due giorni del Festival ormai di portata internazionale e giunto al grande traguardo del 30° compleanno, in concomitanza con le polemiche riguardo l’abbandono di Ken Loach per ritirare il Premio alla Carriera e le problematiche con l’accavallamento quasi a ridosso del posticipato Festival del Cinema di Roma.

Il Festival torinese si presenta con un programma vastissimo, 223 film sui 4000 visionati da Gianni Amelio e compagni, un lavoro abnorme che ora li ripaga con la soddisfazione di un Festival solido, colmo anche di opere prime e seconde (70), un cinema giovane, sperimentale, innovativo. Non a caso fino alla quindicesima edizione si chiamava Festival Giovani. Le impressioni sono di un Festival rispetto a quello di Roma e Venezia molto meno pop, con quasi assenza di star, qualche regista o attore qua e la a presentare le proprie opere, infatti Amelio ha dichiarato in sala essersi concentrato maggiormente sulla qualità dei film, sia in concorso che non. L’affluenza alle sale era buona, alle prime sempre il tutto esaurito, anche se i biglietti erano acquistabili ancora a qualche ora dall’inizio del film, per cui viene a pensare che molti erano del posto o diretti interessati con accredito o abbonamento. Pochi stranieri, quelli che c’erano erano tutti francesi.  Visto l’abbondanza di opere in calendario, lo scarto di tempo tra un film e un’altro era minimo (anche meno di mezz’ora) per cui l’apertura della sala coincideva con l’ora indicata dell’inizio effettivo del film a discapito di chi arrivava in anticipo per riservarsi i posti migliori ma sempre costretti a fare minuti e minuti di file. Questo soprattutto al Cinema Reposi con il suo atrio non grandissimo per cui formava code fino all’esterno, e sede principale perchè con le sue 5 sale proponeva tutti i film in Concorso, rispetto magari al Cinema Massimo nel cuore del Festival affiancato dal Museo del Cinema dentro la Mole. Il Museo del Cinema offriva per l’evento una bellissima retrospettiva sull’opera di fantascienza per eccellenza: Metropolis. Una raccolta di testimonianze, foto, pagine di sceneggiatura e aneddoti riguardante il film di Fritz Lang più che interessanti. Per le strade del “villaggio cinematografico” si respirava un’aria tranquilla, nessuna protesta pro o contro Ken Loach, solo volantini qua e la che comunicavano che il suo film sarebbe stato sostituito con uno di Ettore Scola. Che le sue dichiarazioni mosse a favore dei lavoratori a salario minimo o licenziati da parte del Museo del Cinema siano servite a qualcosa? Comunque la qualità dei film visti era buona, ma non di certo altissima, visto che sono praticamente tutte opere di giovani registi, alcuni alle prime armi o nel caso di Dante Ariola all’esordio. Abbiamo comunque notato come siano stati incisivi i protagonisti dei 3 film di fiction visti, i mostri sacri Vincent D’Onofrio, Tim Roth e Colin Firth.

CHAINED di Jennifer Lynch – USA – Sezione RAPPORTO CONFIDENZIALE (Fuori Concorso)
Un bambino e la madre che salgono sul taxi sbagliato iniziano la loro discesa nel male tra le mani di un rapitore. Lei viene subito uccisa come sfogo sessuale, lui “il bambino imprevisto”, viene imprigionato in una stanza e poi incatenato come punizione di un tentativo di fuga. Gli anni passano, il bambino diventa un ragazzo cresciuto sempre a fianco del rapitore. Tra i due si instaura un rapporto particolare, una sudditanza costretta per il ragazzo verso il rapitore diventato ormai unico modello di vita, un maestro. Un rapporto ambiguo, una specie di Sindrome di Stoccolma. Un racconto claustrofobico girato per tre quarti nella tetra e squallida abitazione del corpulento rapitore (un Vincent D’Onofrio gigantesco) che egli stesso si interroga sulla figura dell’essere umano (“come un puzzle, figure fuori e pezzi dentro”) e interroga il ragazzo loro posizione nella catena alimentare, non a caso soprannominato Rabbit. Come il maestro anche Rabbit ha esplosioni interiori improvvise per colpa del passato, incubi che li tormentano dal profondo inconscio che li incanalano nel tunnel della violenza sessuale e carnale, due psicopatici. Per un certo verso il film segue gli stereotipi dei film sui rapimenti in cui la propria personalità e il proprio IO vengono determinati dall’ambiente e dagli impulsi che ti mandano, per cui il ragazzo prelevato in fase infantile inizia ad eliminare pian piano i ricordi e il tipo di vita ordinario con i genitori per fare posto alla nuova realtà e della sua unica figura guida, causa stessa dei suoi incubi e nel quale inizia un’altro percorso di crescita. Violenza come valvola di sfogo, la biologia come arma per uccidere i rapiti e la caccia in esterno come due vampiri esposti per poco tempo alla luce per catturare la loro preda. A metà strada tra le atmosfere tese come l’egual claustrofobico Hard Candy e l’horror/slasher I Spit On Your Grave, il quarto film di Jennifer Lynch (si proprio la figlia di David) mostra buone cose senza esagerare mai sul gore quanto magari nello stridente animo drammatico del protagonista e presentato al Torino Film Festival per cercare di colpire gli spettatori più curiosi nel fuori concorso del RAPPORTO CONFIDENZIALE (qui abbiamo visto anche l’anteprima di THE LORDS OF SALEM di Rob Zombie che recensirà il nostro Robknoxville), quest’anno soprannominata OSSESSIONI & POSSESSIONI, centrando in pieno con quest’opera il voler esprimere le paure che ci tormentano, i luoghi che ci inquietano e le figure attraverso le quali esorcizziamo i nostri incubi, le passioni e l’insicurezza.

THE LIABILITY di Craig Viveiros – UK – IN CONCORSO
Un giovane ribelle (Jack O’Connel visto in Skins) scopre che il compagno della madre (Peter Mullan di Tyrannosaur) svolge in privato alcune attività criminali, perciò viene costretto dallo stesso a trascorrere un po’ di tempo come autista di un suo sicario, un flemmatico Tim Roth, vicino al pensionamento. Inizia con tinte da black comedy, prosegue con accennati dialoghi alla Tarantino e sequenze alla Refn fino al tipico dramma degli indie British. E gli elementi per tirare fuori un buon lavoro c’erano tutti: dalla storia gangsteristica forte ad attori splendidi (Tim Roth e Peter Mullan formidabili) ma si perde appunto in tutti i suoi svariati generi e riferimenti, rendendolo un’accozzaglia indefinita. Una sorta di gangster movie con i suoi elementi principali: il killer professionista, lo sfigato invischiato in affari troppo grossi per lui e l’ambiente desolante governato da leggi immorali. Ancora ammaliati da Killer Joe non si può fare non fare un paragone e notare quanto il killer interpretato da Tim Roth sia molto più diverso, flemmatico e abbastanza permissivo, reso particolarmente comico dall’interpretazione per sottrazione del suo leggendario attore che usa praticamente ogni muscolo facciale a suo favore ma puntando tutto sugli sguardi e i silenzi. Il vero protagonista è però il giovane Jack O’Connel, pura rabbia e sfogo giovanile contro il mondo degli adulti. Due scuole attoriali messe a confronto e due registi scopiazzati: Tarantino nei dialoghi, come quando il ragazzo chiama la madre al cellulare per chiederle il numero del proprio telefono perchè non se lo ricorda nel mezzo di un’ inseguimento oppure quanto Tim Roth seccato gli dice “Puoi vomitare, ma solo nel sacchetto, meglio evitare di lasciare prove” e Nicolas Winding Refn nei ralenty dettagliati e profondi con un sottofondo di musiche anni ’80 che pompano i loro bassi. Nonostante tutto era partito bene ma si perde e svanisce l’interesse narrativo. Scontato il finale. E’ stato comprato dalla Europa Distribution, uscirà quindi in Italia il prossimo anno.

ARTHUR NEWMAN di Dante Ariola – USA – IN CONCORSO
Visto senza sapere trama e attori tranne la presenza di Colin Firth (e come me anche metà sala composta da omosessuali e signore attratte). E’ la storia di un uomo annoiato e infelice della propria vita che decide di cambiare identità – e diventare l’Arthur Newman del titolo- e scappare da una famiglia che più non ha. Nel suo percorso di vita nuova incontra una ragazza anche lei in fuga da qualcosa e con una falsa identità. Tra i due si instaura un romantico rapporto on the road attraverso una ricerca delle proprie identità e del loro futuro, anche tramite giochetti erotici in abitazioni altrui occupate per una notte mentre i proprietari non ci sono (come in Ferro3). Una ribellione, ma dolce, pacata. Il film è lentissimo ed esprime concetti già sentiti e risentiti in quasi 2 ore, mentre sarebbe bastata la metà. Un film che pretende di essere riflessivo ma ha poco impatto per farsi piacere, poco coraggio e pochezza espressiva. Al termine un breve applauso di una sala annoiata. Si sono viste opere migliori su anime perdute che si incontrano, vivono la solitudine e poi la rinascita. Qui è la noia. E’ stato comprato al Festival dalla Videa e verrà distribuito in Italia con il nome Il Mondo Di Arthur Newman.

SMETTERE DI FUMARE FUMANDO di Gianni Pacinotti – ITA – IN CONCORSO
L’opera seconda di Gipi aka Gianni Pacinotti era molto attesa qua al festival soprattutto grazie agli ottimi consensi avuti con L’Ultimo Terrestre, suo esordio alla regia dopo una vita passata tra i fumetti. L’artista pisano ha deciso di documentarsi in questo doc misto a qualche scena fiction nei primi 10 giorni dopo aver smesso di fumare, grazie a dispositivi a portata di mano come iPhone, GoPro e Handycam. Ne viene fuori un racconto delirante e allucinatorio dato dall’assenza alla nicotina. Gipi ha affermato alla presentazione del film di aver avuto molta paura a presentare questo mediometraggio a pubblico e critica anche perchè lo ha realizzato pensando di svolgere un qualcosa per se in modo da tenere la testa occupata durante quei giorni assurdi, dove tutto girava intorno ad una mancanza, per poter colmare il vuoto con ciò che gli piace fare. Il bello del delirio del fumettista quarantottenne è il modo libero e disinibito con cui si mette a nudo davanti alla telecamera, senza filtri, una confessione a 360° della sua personalità, descrivendolo come un giocherellone ma molto pragmatico, uno come tanti si potrebbe dire, che nel corso dei giorni si interroga sulla solitudine e sulla normalità. A mettere la ciliegina sulla torta sono le scene comiche e ironiche da vero toscano, come quella sui critici cinematografici o sugli utenti più disperati di YouTube come Wolvesister (vedere per credere). Dura poco, 68 min, ed è difficile capire come sia potuto entrare in concorso un mediometraggio docu-fiction delirante/autobiografico (forse ha colpito il buon vecchio Gianni Amelio) e ancora più impensabile come possa vincere ma è forse il più riuscito dei 3 film in concorso visti da noi.

Lorenzo Scappini

PS: A breve la recensione del nuovo horror di Rob Zombie presentato fuori concorso, The Lords Of Salem.

 

 

DUE VERSIONI DEL MALE – Killer Joe

Un giovane spacciatore di droga è costretto a ripagare un debito e l’unico modo per incassare i soldi è uccidere la madre ed ottenere l’ingente assicurazione sulla sua vita. Il piano viene approvato con poche riserve anche dal padre e dalla sorella, così ingaggiano il killer professionista del paese, uno sceriffo che arrotonda con questi “lavoretti” di nome Joe Cooper. I problemi nascono quando il killer professionista chiede un anticipo per il suo lavoro, ma rimasti senza soldi, padre e figlio concedono Dottie, la sorella minore, come caparra sessuale fortemente voluta da Joe, finchè non gli verrà pagato tutto il lavoro. Nasceranno problemi e diverbi che condurranno ad una spirale di violenza e sangue che coinvolgerà tutti e quattro.
Recensito per voi non una ma ben 2 volte:

La versione di Scappodammit:
Dopo i killer di Cogan e Le Belve mancava all’appello il terzo film per completare la trilogia del Business Criminale che ha imperversato a Ottobre e Novembre nelle migliori sale cinematografiche: il Killer Joe, il più etereo, scrupoloso e malsano dei 3 raccontato brillantemente da un maestro del cinema come William Friedkin. Prendete un’ambiente alla Cogan, liberamente malsano, pregno di criminalità e desolazione, dove ogni persona è priva di sostegno familiare e sociale ed agisce in base a norme autodistruttive. Non c’è possibilità di scampo in una società del genere e se da una parte ci sono i deboli come Chris (Emile Hirsch) che si cacciano nei guai, dall’altra comandano i forti senza scrupoli come Joe (un lucidamente diabolico Matthew McCounaghey). In mezzo stanno le figure impassibili del padre e della sorella. Tutti e quattro descritti in modo impeccabile ed intelligente, le cui motivazioni-azioni si intrecciano e si scontrano nonostante magari il film non fornisce lo stesso scenario ampio di Cogan, restando sempre tra le mura domestiche, ma ne riprende alcuni elementi fondamentali del killer, come l’aplomb rigido e scrupoloso e la loro violenza innata. Poi in definitiva, cosa insegna in sostanza se non che il pollo fritto fa male?!

La versione di Robknoxville:
Non si parlava più di William Friedkin dal 2006 quando ci mostrò con grande abilità la paranoia e la follia nel film Bug con il mitico Michael Shannon (oramai consolidata la sua capacità in ruoli estremi e folli), ed ora lo ritroviamo in una storia dalle tinte noir. Un film che difficilmente si colloca in un genere prestabilito, lo potremmo sicuramente inserire in quel sottogenere del noir da noi rinominato “BUSINESS LARGER THAN LIFE”, lo potremmo inserire come una commedia nera, anzi nerissima, nella quale emergono la cinicità dei vari protagonisti, ma tutto ciò sarebbe riduttivo. Un film che lascia basito lo spettatore per la grande capacità del regista di rispettare i tempi e le dinamiche del genere, trascinandoci assieme ai protagonisti in una lenta ed irreversibile spirale di ricatti e violenza. Matthew McConaughey impressionante in una recitazione che non ha pecche o sbavature, dove la presenza fisica del personaggio è imponente, i dialoghi di Joe sono tirati al minimo e le sue espressioni parlano più di qualsiasi battuta. Ad opporsi a lui troviamo Emile Hirsch, logorroico ed invadente giovanotto, che l’attore riesce a gestire ottimamente. Un film che è già cult grazie alla scena del pollo fritto che ha sconvolto il festival di Venezia.

In sostanza come avrete capito le sensazioni sono state positive per tutti e due, non c’è nessun motivo di dibattito e allora perchè l’abbiamo recensito insieme? Beh ci è fottutamente piaciuto ad entrambi e non potevamo esentarci da questa opportunità!

ScappoDammit e RobKnoxville

IL FINTO CINEMA È VERO CINEMA – Argo

Si gira un film di fantascienza e mostri, la “brutta copia di Star Wars”, nell’Iran degli anni ’80 dominato dal pugno di ferro di Khomeini. Daltronde tutti i film di fantascienza hanno anche ambientazioni esotico/sabbiose. La troupe al completo di un film lanciatissimo è pronta per girare, si fa la storia del cinema, si fa la storia.

La troupe è finta, una maschera, solo pochi sanno del vero scopo del film, avere il permesso di entrare in Iran per liberare 6 rifugiati diplomatici scampati ad una presa in ostaggio di militanti all’Ambasciata e poterli far tornare a casa. Il tutto architettato follemente da una CIA spregiudicata che mette in atto la “miglior peggior mossa” architettabile, congeniata e portata avanti dall’esperto in vie di fuga Ben Affleck, dalla personalità pacata e non delineatissima ma piena di rifiniture, grazie ad una semplice intuizione inconscia avuta dal figlio lontano da lui. Da lui dipende tutto: basi e idea del piano, del salvataggio o della morte di 6 persone e la disfatta di una nazione dalla minaccia di una possibile figuraccia internazionale. E’ tutto appeso a un filo, quello della tensione del poter fallire, sbagliare per questioni di un millesimo, di fortuna e destino. Qui vi è la forza trainante del film: portare ogni situazione sempre al limite del possibile senza i giochetti moderni di montaggio/forzaggio esoso, ma con i giusti tempi e la giusta credibilità nonostante la follia del piano segreto. Il piano sposato non senza remore dalla CIA è ai limiti della credibilità, ma è tutto vero. Storicamente una potenza internazionale di tale spessore è stata capace di organizzare un piano folle (il cosiddetto Canadian Caper) risultando allo stesso tempo FURBA e POCO CREDIBILE. Ma questo solo a livello storico perchè il film riesce da subito a palesarlo e renderci partecipi affiatati. Come nel miglior cinema vorresti sfogliare velocemente le pagine di sceneggiatura di cellulosa per sapere cosa succede nella scena successiva. E’ una continua escalation di tensione dal primo sconvolgimento del Periodo Ordinario fino al fortissimo climax finale.

Una decisione di pochi per poter influire in positivo sulle sorti di molti che normalmente si risolverebbe in favore del danneggiato ma alla fine si rivela vincente, invocando gloria per i suoi eroi hollywoodiani: scelta di cuore senza il quorum. È talmente ovvia la riuscita finale che a noi non ci interessa tanto la riuscita quanto il come e le corde di tensione che tanto si vanno a toccare e fanno vibrare le nostre, muovendoci sensazioni ed emozioni nel profondo senza sentimentalismi. Qui è ben altro: paura, coraggio, determinazione. Eterni valori umani presenti in ogni uomo valorso, che anch’egli potrebbe barcollare davanti ai problemi nati da certi, estremi avvenimenti e potrebbe far pensare, reagire, crollare, guardarsi davanti allo specchio e chiedersi se si è all’altezza: RESPONSABILITA‘. Come un’antitesi di Habemus Papam dove un’anziano non si sente all’altezza di uno dei ruoli più importanti al mondo e abbandona. La produzione del film-copertura mette di fronte anche 2 mondi opposti: il finto e surreale Hollywood del commercio e delle star e la vitale e ribelle Teheran oppressa nelle strade dal nazionalismo dittatoriale. Ben Affleck continua a non deludere registicamente e qui si supera grazie all’interessante storia mai raccontata e resa pubblica solo nel ’97.

 Lorenzo Scappini