MARINA ABRAMOVIC – The Artist Is Present

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L’arte di Marina Abramovic è un mondo lontanissimo, raggiungibile solo sorpassando la soglia del pregiudicarla come pazza o come l’hanno definita molti, una strega, ignorando. L’arte di Marina Abramovic non è fatta di opere come quadri e sculture, ma costituita solo dal proprio corpo, quello umano, più e più volte martoriato, mostrato nudo, ai limiti del possibile in shockanti performance fisiche che non lasciano indifferenti. Grazie a questo suo donarsi al mondo dell’arte, nel corso dei decenni è riuscita a ritagliarsi un posto nell’olimpo dei più riconosciuti artisti del secolo scorso. Nel 2010 il MoMA di New York ha deciso di proporre per 3 mesi una retrospettiva sulle sue performance svolte in oltre 40 anni e delineare un ritratto della sua vita. Lei ha colto l’occasione per mettere in atto la sua ultima e più grande performance: restare seduta su una sedia sei giorni alla settimana per 8 ore al giorno senza mai parlare e alzarsi e accogliere nella sedia di fronte a lei chiunque voglia farlo per un periodo di tempo non determinato, riuscendo in qualche modo ad evocare emozioni forti nei suoi interlocutori muti e rendendoli il vero soggetto della performance.

Scrivo la recensione di un film uscito tempo fa, ma che ha avuto una distribuzione talmente irrisoria da risultare invisibile, perchè non mi ha lasciato indifferente e mi ha mosso qualcosa nel profondo. L’ho visto senza conoscere il personaggio ne tantomeno le sue performance. E sono rimasto colpito. La Performance Art di Marina Abramovic esplora la forma oltre il gusto, il dolore oltre il disgusto, la fantasia, il coraggio, le emozioni più spinte e naturali che evocano in qualche modo l’animo umano. Una forma espressiva che non può lasciare indifferenti e soprattutto innovativa, nello specifico lei è unica. Anche se nel loro singolo le performance potrebbe essere eccessivamente pesanti per alcuni, il documentario racchiude il meglio di ogni suo lavoro senza esagerare da questo punto di vista e rende in modo superbo il vero succo di un’intera vita, per questo può essere visto da tutti. Ma il doc di Matthew Akers è doppiamente bello ed interessante perchè oltre a mostrarci i lavori estremi di una donna di ferro, ci delinea anche una persona emotivamente molto sensibile capace di cedere in lacrime profonde alla vista del suo ex compagno di vita e di lavoro Ulay quando gli si presenta come ospite durante la sua performance al MoMA. Il momento clue del documentario, il più toccante. La macchina cinema rispecchia in modo giustamente distaccato e maturo tutta la storia ma anche i momenti nevralgici in cui la macchina da presa si fa più vicina e intima alla figura dell’artista serba (entriamo nella sua casa, nei dietro le quinte), lasciando a noi i giudizi, senza imporceli con la voce fuori campo, ma ponendo sempre lei stessa narratrice oppure i diretti interessati della storia, come il gallerista del MoMA oltre che ex marito di lei, che ad un certo punto all’apice della storia esclama una delle frasi più belle ed importanti del film che racchiude il riassunto di una bellissima biografia su una persona unica: “She’s never not performing “.

Lorenzo Scappini

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ITALY – LOVE IT OR LEAVE IT: recensione e foto della serata con Luca Ragazzi

Gustav, altoatesino di madrelingua tedesca, vorrebbe trasferirsi per sfruttare possibilità all’estero, specie nella amata Berlino, piuttosto che restare in un paese governato da politici corrotti, lavori sottopagati e con mancanza di meritocrazia. Ma Luca, romano doc, non vuole cedere alle esternazioni del compagno e cerca di convincerlo che c’è del bello e del buono anche nel nostro paese, anche se va cercato. Così i due ragazzi decidono di darsi un tempo limite per decidere se rimanere o partire (love it or leave it appunto!) ed iniziano a girare per lo stivale in lungo e in largo a bordo di una vecchia 500.

Un tema, quello del disagio nazionale, dell’ottusità e della chiusezza popolare italiana, già sentito e raccontato migliaia di volte. Ma qui arriva la novità che porta in scena la coppia di ragazzi: il racconto attraverso una chiave di lettura semplice ed efficace – “Restare in Italia o trasferirsi all’estero“?. Le ragioni dei due non sono evidenti, sicuramente lavorative o per il fatto di non voler vivere in un paese omofobico descritto benissimo nel precedente Improvvisamente L’Inverno Scorso, ma poco importa perchè è una domanda già talmente complessa in se che lo spettatore inizia già ad interessarsi. Il più grande complimento è l’allacciamento della parte d’inchiesta con le vicessitudini personali e anche un po’ intime dei due ragazzi che ci immedesimano al 100% nel loro percorso, rendendo bene l’empatia in qualche momento quasi di fiction, anche grazie all’ironia con cui giocano e raccontano evitando di rendere il lavoro troppo serio ma neanche lasciandolo troppo superficiale. Cosa non da poco visto i prodotti italiani noiosi e privi di una componente personale o di allaccio alla cronaca che possa interessare lo spettatore.

In continuo tour dallo scorso settembre, selezionato in decine e decine di festival, ospite di scuole, associazioni e cineclub come Toby Dammit, il piccolo grande docu-trip di Luca Ragazzi e Gustav Hofer sta facendo pian piano il giro d’Italia e persino d’Europa.

Come ha affermato il regista romano Luca Ragazzi, presente alla proiezione della rassegna RUMORE IN SALAfai un patto col cinema al Cinema Snaporaz per presentare e parlare del suo lavoro, il film sta avendo lunga vita grazie alla scommessa di una distribuzione/tour nella personalissima e capillare sponsorizzazione (major a casa) che ha toccato finora tutte le maggiori città ed in continuo movimento. Pensiamo per esempio ad una normale uscita in sala dove ci sarebbe stata una scarsa pubblicità e una piccola distribuzione, il film sarebbe passato quasi inosservato e sarebbe andato nelle mani dei distributori per farne poi ciò che volevano. Invece i documentaristi ne detengono tutti i diritti e stanno vincendo la scommessa.

Luca ha parlato della genesi del documentario avvenuta dopo l’inaspettato successo del loro primo lavoro Improvvisamente L’Inverno Scorso distribuito nel 2008 ma incentrato sul periodo dell’inverno prima appunto, durante il periodo di discussioni sulle coppie dello stesso sesso nato con la proposta dei DiCo. Il nuovo documentario è nato con la stessa idea, cioè continuare a mostrare situazioni legate alla loro vita. Così scrivono un soggetto di Italy e lo inviano per il bando di concorso di Documentary Campus che prevede il finanziamento di 15 opere in tutta Europa. Dopo un pitch convincente i due ragazzi ottengono il lasciapassare previsto per un’opera italiana e nel Gennaio 2011 iniziano le riprese che durano fino a Giugno. Tutt’ora è l’unico documentario finanziato da Documentary Campus di quell’anno che è stato girato, montato e distribuito. Questo dimostra quanto si siano applicati e abbiano preso sul serio il nuovo ruolo di documentaristi dopo il successo del primo lavoro. Dei due Luca, protagonista involontario del primo documentario, è ora lo spirito guida, il filosofo benpensante, mentre Gustav sempre calcoli alla mano è il “pilota”, il motore dell’operazione che ci porta nei luoghi disastrati consapevole di ciò che troverà. Quasi a ruoli invertiti ora Luca vuole mostrare a tutti costi a Gustav che l’Italia non è quella che ci viene mostrata da tv, pubblicità e giornali.

Luca, seguito da Gustav, ci fa vedere che c’è un’Italia migliore anche che non si vede, anzi, non ci viene mostrata dal nostro sistema governato dai palinsesti scosciati e volgari. Una semplice frase riassume questo argomento e ci vorrebbe far pensare in modo diverso: “Fa più rumore un albero che cade piuttosto di una foresta che cresce“. Poche parole per descrivere (già meglio che in tutto il doc Videocracy) l’intento della tv (spazzatura) italiana. L’esercizio del duo è un sano e raro cinema intelligente mirato alla visione del miglior popolo, quello che vuole crescere e cambiare, oltre che grande orgoglio nazionale vedendo tutte quelle targhette sul poster raffiguranti i maggiori festival mondiali, proprio come il precedente Improvvisamente L’Inverno Scorso, menzione speciale alla Berlinale e vincitore del Nastro D’argento 2008.

Il saggio Camilleri insegnia proprio che scappando si lascia un vuoto, colmato dalla cosa per cui sei andato via. Per cui non solo la dai vinta ma contribuisci al fallimento generale. Anche un contadino siciliano, dopo aver rifiutato di lavorare con la mafia ed essere stato minacciato e assillato dagli stessi, invita a non andarsene. Un po’ perchè non abituato a questa concezione di vita per la quale bisogna cambiare paese, un po’ per dignità verso una terra che vuole difendere.

Lorenzo Scappini  –

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