QUELLA CASA NEL BOSCO: la recensione

Un gruppo di 5 amici si prepara a passare un week-end di puro relax in una casetta sperduta nel bosco. Una coppia di fidanzati, un’altra in procinto di fidanzarsi e un fattone piuttosto filosofico. Intanto in uno strano laboratorio segreto si monitora con telecamere nascoste la casa di legno dove stanno i ragazzi e si effettuano scommesse su chi morirà per primo e quale demone verrà evocato, mentre loro, beati e pacifici non sospettano niente di tutto ciò. Qualcosa di grosso sta per essere evocato, la terra trema e qualcuno si potrebbe risvegliare.

Dalla trama semplice si potrebbe evincere sia il solito filmetto scontato, invece è tutto forchè banale. Dalla mente creativa di Joss Whedon che ha curato sceneggiatura e produzione prima ancora di lavorare a The Avengers, nasce un’opera basata solo sulla scrittura, non tanto sul colpo di scena, già da subito ci viene mostrata la macchina dietro a tutto ciò (che però conosciamo pian piano) ma proprio sull’originalità del testo. Di certo non rimarranno impresse le prove dei protagonisti (come lo spavaldo atleta di football americano interpretato da Chris “Thor” Hemsworth) quanto quelle delle decine di mostruosità che si scatenano.

C’è il maschio alfa, la puttanella, il buffone, lo studioso e la vergine, ci sono la casa nel bosco, la notte, gli zombies e altre decine di mostri, il divertimento iniziale che tramuta in orrore collettivo, ci sono alcune scene trash e tanto sangue, eppure l’opera prima di Drew Goddard (sceneggiatore di Lost e ideatore/sceneggiatore di Cloverfield) non si può definire pienamente un horror. Mi spiego meglio. La componente “della paura” è ciò che meno funziona (meno ancora dell’involontaria comicità trash), niente “fa paura”, è tutto troppo chiaro ciò che di brutto succede già secondi prima che il mostri sbalzi fuori (è chiaro che in un film horror non puoi appoggiarti alla finestra perchè uno zombie ti tira fuori, vale lo stesso per le porte e le cantine), non c’è tensione nei bui e nelle attese nonostante la colonna sonora marcata, anche perchè il film percorre la linea classica e già battutta dell’horror moderno, al quale siamo stra-abituati e sazi, ci aspettiamo sempre tutto in ogni momento e le musiche non fanno che prepararci ai momenti peggiori. Quello che dunque era stato promosso come la rinascita dell’horror, il film che avrebbe rivoluzionato la paura nel cinema di oggi, è in realtà una normalissima opera d’intrattenimento. Intendiamoci, non un lungometraggio che scopiazza o annoia, anzi scorre via come il sangue dei suoi tributi umani, ma ricalca passi già mossi da altri. Però, c’è un però. Non è un horror che fa paura, non crea tensione e non rinnova niente ma permettetemi di dire che la storia è originalissima, sadica, malsana e pensata presumibilmente da un pazzo. Senza spoilerare troppo dico che alle delusioni di gran parte del film, nel finale viene a galla tutto e un’orda di mostri si abbatte “nei piani bassi”. Questo si che è originale ed innovativo, non la componente “della paura”, in una sceneggiatura che tutto sommato non boccheggia neanche più di tanto nei soliti inizi festaioli da teenage horror americani (mi viene in mente il pessimo San Valentino di Sangue) e quasi tutto ha una sua spiegazione, riuscendo a patteggiare con lo spettatore e proseguire la visione, telecomandata fino all’epico finale.

Lorenzo Scappini.

Frase: “ Questa società ha bisogno di sgretolarsi ”
Scena Clou: Quando ” si aprono tutti gli ascensori contemporaneamente! ”
Voto: 6 (si salva nel finale)

TrailerSito UfficialeUna clip del film

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L’ALTRA FACCIA DEL DIAVOLO: la recensione

Sull’ondata dei falsi documentari stile found footage esce l’italoamericano The Devil Inside (diventato da noi L’Altra Faccia Del Diavolo… quale?), film che narra di esorcismi ed esorcisti in un’Italia bigotta che per praticare tale rituale è necessario farlo in gran segreto.

La protagonista, tale Isabella Rossi, vuole scoprire perchè quando aveva 5 anni la madre Maria Rossi uccise inspiegabilmente 3 persone in casa sua e fu internata per sempre in un manicomio. Etichettata come schizofrenica e pericolosa malata di mente, Maria è stata trasferita in un centro di ricovero a Roma, presso Città del Vaticano, dove si riuniscono le maggiori autorità ecclesiastiche e quindi si svolgono una grande quantità di esorcismi. Isabella decide di filmare l’intero viaggio in Italia grazie all’amico cameraman. Insieme cercheranno di capire se la madre della ragazza è realmente matta o se è posseduta da un demone e quindi necessita di esorcismo. Per fortuna ad un corso di esorcismi Isabella conosce due giovani preti che gli rivelano di praticare i rituali contro il demonio in segreto, perchè ogni esorcismo deve essere autorizzato dalla Chiesa, ma ciò non avviene praticamente mai. Timorati di poter venire scomunicati i due clericali sono comunque mossi dalla volontà di aiutare persone che hanno veramente bisogno, mettendo in pratica le loro conoscenze ed esperienze col demonio.

E’ un genere molto in voga quello del found footage e del mockumentary (ovvero materiale ritrovato e finto documentario) riportato in voga da Oren Peli con il suo Paranormal Activity divenuto una trilogia (emulato in Giappone con il titolo Paranormal Activity: Tokyo Night e in Spagna che uscirà a fine mese ma sembra avere in comune solo il titolo Paranormal Xperience 3D) e il cui terzo capitolo è stato diretto da due registi autori di Catfish, il mockumentary più esemplare mai girato fino ad ora ma ancora inedito in Italia. Presto la saga di Oren Peli avrà un quarto capitolo ma il regista è già sul fronte televisivo con il serial The River, dove un’avventuriero che conduce un programma televisivo stile Bear Grylls svanisce nel nulla senza lasciare traccia nel mezzo della foresta amazzonica e nel tentativo di trovarlo, famiglia e collaboratori parto all’avventura e decidono di filmare tutto. Ma l’origine di questo filone dell’horror ha radici dal più noto Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato del 1980, dove si massacrano animali e impalano persone, riuscendo a far impazzire i produttori e la critica dell’epoca dopo che Deodato chiese agli attori deceduti nella pellicola di sparire per un po’ dalle scene, facendo credere che il materiale fosse reale.

Negli anni il genere è mutato con l’avvento delle handycam e il principale esempio di found footage moderno è The Blair Witch Project con la sua terribile suspence, seguito da Diary of the Dead del maestro Romero, altro avventurato nel genere portandoci i suoi zombie come marchio di fabbrica e pellicole ancora inedite da noi come 388 Arletta Avenue del 2011. Alcuni esperimenti sono falliti come Il Quarto Tipo e ESP Fenomeni Paranormali, altri invece hanno nuovamente scosso gli spettatori ed appassionato come [REC], capace di unire suspence claustrofobica a una trama che non lascia mai respiro tanto che ha avuto un seguito, presto sarà trilogia e vanta un remake americano praticamente identico (Quarantena).

Mai però si era adoperata questo filone per raccontare uno dei temi più cari al cinema: l’esorcismo. Il buon risultato al botteghino americano e una trama che lascia alcune cose in sospeso lascia pensare ovviamente ad un seguito, forse il già annunciato The Vatican Tapes in cantiere da tempo, forse su un continuo di transazione dei demoni oppure su come si sono impossessati di Maria Rossi, o ancora sulla storia dello zio del giovane prete dal quale imparò le funzioni esorcistiche. La storia di Maria Rossi non è roba nuova al cinema appunto e siamo pieni di possibili visioni di film su esorcismi, dal più famoso di Friedkin ai recenti L’Esorcismo di Emily Rose, incentrato più sul dibattito legislativo di tale pratica che viene portato in tribunale che sull’esorcismo in se della povera bambina posseduta da ben 7 demoni e il recentissimo L’Ultimo Esorcismo. The Devil Inside non aggiunge molto però sembra avere basi solide e di concreto impatto che empatizza, inizialmente sotto la chiave del voler scoprire la reale condizione di Maria Rossi e poi seguendo le credenziali anti ecclesiastiche  dei singolari preti esorcisti, fino all’irruento finale. Sempre lineare e mai banale, la pellicola lascia spiazzati (positivamente) almeno 3 volte e altrettante volte offre scene da accapponare la pelle. Alcune volte per agevolare la messa in scena è stata necessaria una visuale extra alla telecamera a spalla attraverso la quale viviamo l’avventura (e non parlo delle telecamere di sorveglianza del centro medico o delle microcamere montate nella macchina) così il film non si può dire al 100% materiale ritrovato e l’occhio più attento stana il trucco in pochi minuti. Gli attori offrono buone prove, su tutte a lasciare impressi è la Maria Rossi dal sigolare cognome Suzan Crowley. Ma si sa, davanti al voler raccontare la realtà senza filtri è difficile sbagliare, basta impersonare se stessi senza dover recitare troppo e le smorfie o gli sguardi proibiti in un normale film qui sono ben accetti per far sembrare più realistici i filmati “ritrovati” ma i “posseduti” diventano vere e proprie prove attoriali e la Crowley ci riesce in modo terrificante.

Lorenzo Scappini.

La frase: “Ci sono quattro voci sulla registrazione audio, significa possessione demoniaca multipla!”
Scena clou: Isabella incontra la madre fuorviata dal demonio
Voto: 7

Sito virale therossifiles.comMyMovies –  IMDbSito italiano ufficiale

COLOUR FROM THE DARK: recensione del film in anteprima con Ivan Zuccon

Una piccola realtà di cinema di genere è ancora viva in Italia grazie al regista e sceneggiatore Ivan Zuccon e alla neonata Distribuzione Indipendente che porterà al cinema il penultimo lavoro del regista Colour From the Dark, uscito negli USA nel 2008 e rimasto inedito in Italia fino al prossimo 9 Marzo. Verranno distribuite addirittura quasi 200 copie, di cui 60 in Italia. Per il futuro Zuccon sta lavorando al montaggio del nuovo film, già completato e figurante sempre la protagonista Debbie Rochon, ma dall’uscita ancora incerta.

La storia, tratta da un racconto di Lovecraft, è ambientata in Italia durante la seconda Guerra Mondiale e narra di una famiglia di contadini che contraggono uno ad uno strani sintomi dopo aver bevuto l’acqua del proprio pozzo. La madre, una favolosa Debbie Rochon, inizia a dare sintomi di demoniaca schizofrenia, cercando di uccidere i componenti della famiglia. Ma il peggio lo da quando viene rinchiusa in una stanza buia e a turno la visitano la sorella mai cresciuta che gioca ancora con le bambole di pezza, il marito devoto e un’ esorcista. Ma la situazione è più cupa e malvagia del previsto.

Il film è stato presentato in anteprima al nostro Cinema Snaporaz giovedi 23 Febbraio dallo stesso regista Ivan Zuccon, coadiuvato dai critici Marco Morosini e Manuel Cavenaghi, autore del dizionario dell’horror italiano CRIPTE E INCUBI (disponibile sul sito http://bloodbuster.com) che annovera centinaia di recensioni tra cui opere di Mario Bava, Lamberto Lenzi, Pupi Avati, Dario Argento fino al giovane Zuccon e via dicendo. 

Ivan ha parlato al pubblico delle difficoltà di produzione in Italia e della ristretta cerchia di film prodotti dallo stato, lasciando le briciole ai giovani volenterosi. Perciò, avendo avuto anche brutte esperienze, Ivan produce ormai con le sole proprie forze i suoi lavori garantendosi il pieno controllo del film e dei diritti. Colour From The Dark per la cronaca è stato girato con un budget miserissimo di 150.000€. Di conseguenza Ivan lavora ormai solo con attori stranieri, americani soprattutto, più dediti al lavoro ed abituati alla meticolosità del vero set. Ciò permette anche una duttilità linguistica più propensa al mercato estero. Pochi sanno però che Ivan è il montatore di uno dei più prolifici autori italiani, ovvero Pupi Avati. Difficilmente dai suoi film trae un vero guadagno e a volta è difficile che gli stessi soldi gli tornino indietro, e se riesce è solo grazie al mercato estero, americano e tedesco soprattutto. Praticamente fare film oggi è diventato un hobby.

Lorenzo Scappini –

L’Associazione Toby Dammit con Manuel Cavenaghi (terzo in piedi da sinistra), Marco Morosini (secondo accovacciato da sinistra) e Ivan Zuccon (quarto in piedi)

THE WARD – IL REPARTO: la recensione

Ad una settimana di distanza dalle 5 ragazze rinchiuse nel manicomio di Suker Punch arrivano le 5 ragazze dell’horror The Ward – Il Reparto. Una ragazza piromane viene rinchiusa in un manicomio dove avrà a che fare con altre ragazze, ognuna impegnata con i suoi problemi e le proprie personalità, ma mentre medita una fuga veloce nell’istituto inizia a scontrarsi con un fantasma mostruoso di una vecchia detenuta ormai defunta. Una storia di terrore e suspence raccontata in vecchio stile horror, ecco la formula della pellicola che consacra il ritorno di John Carpenter che resta aggrappato al suo standard di fare cinema nonostante le pressioni dei produttori e delle major. La pellicola è stata girata interamente in un manicomio con pochissimi soldi e attrici non famosissime ma mestieranti esperte in ruoli di ragazze che hanno a che fare con mostri o trucidi assassini.

Aveva annunciato il ritiro dalle scene cinematografiche, invece il maestro dell’orrore John Carpenter torna dopo 9 anni con questo piccolo film low budget diretto su commissione e scritto dai fratelli Rasmussen. Trama molto schematica senza sconvolgimenti (non alla moderna maniera di fare horror) e magari senza una scena principale o grandi picchi di orrore/terrore però tiene incollati fino all’ultimo minuto del finale azzeccato (ad ognuno il suo giudizio) e riflessivo. In altre mani, come ad esempio quelle degli esperti di horror moderno come Neil Marshall o Eli Roth, potevamo forse assistere ad un film più cupo e terrificante con musiche appalla e montaggi frenetici, invece siamo di fronte a un prodotto più visivo e reale (nell’irreale), di sicuro innovativo, nonostane sia la vecchia formula, per quanto si vedano poco ai giorni d’oggi.

La produzione del film, avvenuta a fine 2009, è stata molto travagliata a causa della mancanza di fondi e trova solo ora l’uscita nelle sale d’Europa. Lo stesso Carpenter aveva dichiarato di essere tagliato fuori dalla moderna produzione cinematografica, troppo legata ai soldi e poco all’autore. Gli attori sottopagati ma convinti a girare un film con il maestro dell’orrore, sono la bella e bionda protagonista Amber Heard, già vista in Never Back Down e nuda in The Informers, che qui svolge bene il ruolo di ragazza (pazza?) assediata dai medici dell’istituto e dalla presenza malefica. Come comprimarie spiccano la perfida Danielle Panabaker (Venerdi 13, La Città Verrà Distrutta all’Alba), l’autistica Mamie Gummer (figlia di Maryl Streep), la disegnatrice perfettina Lyndsy Fonseca e la fanciullesca Laura-Leigh. La fotografia non calcata su nessun colore in particolare è scandita da un montaggio sobrio, proprio come la sceneggiatura. Siamo sicuramente lontani dai capolavori come Halloween, Essi Vivono e 1997: Fuga da New York però il maestro ci racconta sempre col suo stile visivo una storia con un sottofondo di critica e pensiero critico personale, questa volta rivolto al trattamento nei manicomi. Un film difficilmente digeribile a chi è abituato a vedere i soliti horror frenetici e dai colpi gratutiti; piacerà invece a chi ha amato oltre Carpenter, autori come Wes Craven e Sam Raimi o gli horror anni ’70 e ’80. Insomma più per cinefili che banali commerciali. Il contrario di Sucker Punch.

ScappoDammit

 

 

 

 

John Carpenter e la protagonista Amber Heard

 

FROZEN: la recensione

Lassù nessuno può sentirti. Ovvero quando sei bloccato, seduto su una seggiovia nel bel mezzo della notte e di una tormenta di neve. Temeresti di più l’altezza, il gelo o i lupi sotto di te che ti aspettano? I tre protagonisti arrivano in montagna per trascorrere 2 giorni di puro relax tra piste da sci e snowboard. L’inesperta sciatrice Parker ottiene 3 skipass a basso prezzo per il suo ragazzo e il loro l’amico.  Come intuibile non è il primo viaggio sulla seggiovia ad essere quello incriminato come parte portante del film, anche se ce lo a temere, ma ci mostrano i protagonisti in alcune vicende, anche se a noi, già da un pezzo, interessa solo vederli finalmente bloccati sulla seggiovia. Daltronde ci aiutano ad avvicinarci ai personaggi e capirne i caratteri anche perchè parleranno molto sulla seggiovia e conoscerli un po’ è l’unico modo per iniziare. In questo senso la sceneggiatura passa facilmente da alti a bassi. Quando, banalmente, arriva la scena del blocco della seggiovia si è già pronti al peggio e infatti niente di stupefacente. Il bello inizierà ad arrivare con l’arrivo del gelo sottozero e le decisioni che prenderanno singolarmente (ma per il bene di tutti) per cercare di salvarsi. Prevarrà l’istinto di salvezza o il clima e la fauna della montagna?

Questo film presenta gli stessi obblighi narrativi dei recenti Buried e 127 Ore (come creassero una trilogia), ovvero cosa (e come) raccontare in 90 minuti e riempire una storia in cui una o più persone sono bloccate in un fatidico punto a condizioni estreme: in una bara sotto terra, in un canyon con il braccio schiacciato o su una seggiovia a 7/8 metri di altezza. Se con gli altri due film la sfida è stata ampiamente vinta qui si riesce a metà. Il regista è Adam Green, buon autore di pellicole horror low budget, come Hatchet I e II, in attesa del terzo, la saga che ideò all’età di 8 anni ora divenuta puro franchise per appassionati di horror/slasher. Sempre in giovane età, Green era solito sciare in montagna ma per la scarsa disponibilità economica gli toccava prendere impianti di risalita di seconda mano che spesso si guastavano, ed è li che gli venne in mente la terrificante idea alla base di Frozen. In questa sua quarta pellicola fa un buon lavoro sui personaggi, sull’ immedesimazione in essi e sulle inquadrature pazzesche (o così sembrano) nonostante una sceneggiatura non solidissima (scritta di suo pugno) che con qualche trovata migliore poteva accattivare di più, sia a livello strutturale con i personaggi e le loro vite, sia nella fase in cui restano bloccati e a piccoli tratti priva di stile e idee. Il gelo, vero protagonista della storia, lo si avverte specialmente per i trucchi da pelle brinata, non grandiosi in verità, più che per la fotografia (di Will Barratt, amico di Green e fotografo della saga di Hatchet) che a mio parere doveva essere fondamentale nella storia (prendesi esempio da Frozen River, in cui perlomeno grazie ai blu freddi e i bianchi sparati si avverteva un leggero brivido). La protagonista Emma Bell è l’unica a mettersi in mostra tra i tre attori, specialmente grazie (o meno) ai continui piagnistei e al demerito della moscia coppia maschile.

Il terrore di rimanere bloccati in seggiovia è un po’ comune a tutti ed è facile immedesimarci nella situazione, con un po’ d’ansia che cresce man mano e la speranza in una via di fuga che si fonde con quella dei protagonisti. In effetti si è detto che Frozen fa per la montagna ciò che Lo Squalo fece per il mare. Ovvero creare paura e ansia solo al pensiero del film. In fin dei conti è così e se condividete questo giudizio allora il film è riuscito nel suo intento! Se non è così, bhè… provate a farvi un giro in seggiovia!

ScappoDammit

Le ardue e spettacolari riprese del film