L’ultimo dei capolavori danesi. IL SOSPETTO

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Innanzitutto il riconoscimento principale del film di Thomas Vinterberg è senza dubbio la prova attoriale altissima di Mads Mikkelsen. La propria consacrazione tra i migliori attori cresciuti negli anni ’90 (già da subito nel grande giro cinematografico danese prima con Refn poi con Susanne Bier e Lone Scherfig) e maturato negli anni 2000 soprattutto in Dopo Il Matrimonio e nel ruolo del supercattivo Le Chiffre in Casino Royale, ora giunto all’apice di una carriera perfetta che non ha mai avuto cali. Il suo ruolo nel film di Vinterberg è quello di un padre moderno e rispettoso che nonostante la lontananza dal figlio gli dimostra affetto e mostra una grande devozione al proprio lavoro di maestro d’asilo, grazie all’amore incondizionato che ha per i bambini. Il suo personaggio è chiaro fin da subito, puro, onesto ma che ad un tratto vede crollarsi un mondo addosso. Infatti verrà messa sotto torchio da tutta la cittadina in cui vive quando una bambina dell’asilo insinuerà alla direttrice di essere stata oggetto di abusi sessuali proprio dall’insegnante, mentendo perchè si tratta solo di capricci infantili. In modo equamente infantile la notizia viene presa per attendibile da tutti gli insegnanti dell’asilo e dai genitori, a partire dal padre della bimba, amico fraterno del malcapitato sospetto.

Come pochi Vinterberg analizza l’intera faccenda grazie alla sceneggiatura di ferro: con piccoli elementi ci viene presentato benissimo il personaggio e il suo passato (è divorziato e capiamo i suoi rapporti con la moglie solo dal fatto che il cane abbaia ogni volta che sente il suo nome), il carattere pacifico reso dalle doti dell’attore, i buoni rapporti con il figlio (non più un bambino ma risalta la sua figura in quanto il padre è sempre a contatto con altri bambini), i paesaggi descrittivi costituiti da grandandoli maestosi e spaesanti in cui spicca l’armoniosa figura dell’asilo montessoriano. Un onesto adulto che nonostante tutto si ritrova contro le avversità create dalla parola di una bambina. Il bello però è che il film non si limita a descrivere le sensazioni di un individuo ma permettendoci di entrare parte attiva della storia e farci un nostro giudizio non sulla colpevolezza (se non qualche dubbio appena accennato) quanto sulla rigidità e il modo in cui viene trattato dagli altri personaggi che lo accusano ed il film va ad interrogarsi appunto su cosa succederebbe se una bambina dell’asilo per una ripicca infantile metta in dubbio l’intera vita di un uomo tanto tranquillo e buono quanto bravo coi bambini. La situazione per lui si fa critica quando viene considerato un malato pedofilo dalla preside dell’asilo, dai genitori dei bambini, dalla sua ragazza e soprattutto dal figlio. Un’involuzione del personaggio nella rabbia che si sprigiona verso una comunità che non lo vuole fare parlare e non lo vuole vedere in giro, odio che ad un certo punto si prova anche verso la bambina. Si viene a formare man mano una spirale di rifiuto fatta di avversità, l’essere emarginati ingiustamente e l’essere soli contro tutti. Ma nel momento in cui le cose si fanno più dure arriva il figlio, unico che sembra credergli e pronto a tutto per suo padre.

Lorenzo Scappini

La trama di DRIVEN il sequel di Drive

In America si sono già fissati l’appuntamento: il 3 Aprile. James Sallis farà uscire tra un mese il seguito del romanzo che lo ha reso celebre grazie anche al successone del film, scritto proprio sull’onda del successo della pellicola di Refn.
Noi Dammits lo abbiamo proiettato e amato, ne abbiamo parlato entusiasti con amici e colleghi tanto da idolatrarlo e personalmente lo posso definire quasi sicuramente uno dei miei 3 film preferiti assieme a IL CACCIATORE e IL PADRINO. E’ difficile che un film si imprima così velocemente nell’animo di chi lo guarda, spesso devono passare anni perchè diventi una perla personale, questo perchè li dobbiamo riguardare e riassaporare, ricordandoci odori e sensazioni della prima volta. Ma con Drive è stata una di quelle pochissime volte in cui il cinema ti sorprende e ti spiazza, un’amore a prima vista, poi ti spezza e ti ricuce. La seconda visione è avvenuta qualche giorno dopo. E poi la terza, la quarta e la quinta poco fa in bluray. Santissima alta definizione.

Parentesi finita, dicevo dell’uscita del libro che fa seguito a questa emozionante storia, ma come sempre la domanda che eccita e terrorizza è se possa mantenere il livello del primo film. Speriamo non sia una totale schifezza che ricopra il buon primo capitolo. In ogni caso se la storia verrà portata al cinema, per quanto mi riguarda, DOVRA‘ essere trasposta dalla coppia Gosling-Refn. Senza se e senza ma non si può cambiare protagonista ne stravolgerne lo stile, quindi la regia. Senza Ryan Gosling e Nicolas Refn non c’è Drive 2! In caso positivo ne sarei sicuramente soddisfatto, anche se sicuramente passerranno mesi o anni prima di avere novità – vista la sfilza di lavori che occupano le agende dei due, in questi giorni ancora insieme sul set di ONLY GOD FORGIVES – ma intanto aspettiamo con ansia il libro di Sallis. Ecco alcune novità sulla storia, direi alquanto interessanti:

Sono passati sette anni dallo scontro con Bernie Rose e i fugaci momenti passionali con Irene e il figlio Benicio. Driver (nel film non viene mai citato il suo nome, ma nel libro ha questo pseudonimo) lasciata la vecchia vita ora è diventato Paul West e vive a Phoenix, lontano dalla sua Los Angeles. Scopriremo perchè è diventato un uomo che si sveglia alle 3 di una fresca mattinata per scendere in un bar di Tijuana. Ora Drive ha una propria attività che frutta un bel business ma un giorno mentre cammina con la fidanzata per strada vengono attaccati da due uomini e viene uccisa la sua fidanzata. Driver, anzi Paul, decide di ritirarsi nell’anonimato, ma aiutato da due amici, Felix un ex gangster e Desert Storm un veterinario, decide di affrontare la situazione e il passato che lo perseguita.

Lorenzo Scappini –

CANNES 2011: Palma D’Oro a The Tree Of Life

DeNiro presidente della Giuria assieme agli attori premiati

La 64^ edizione del festival più importante del mondo si è concluso con la vittoria (sicuramente) meritata dell’attesissimo film di Terrence Malick (che ovviamente non si è presentato), The Tree Of Life. La pellicola vera e propria icona di questo festival è stata osannata e criticata, ma alla fine ha avuto la meglio su tutti, anche sulle tante pellicole di alto livello presenti in concorso, specie sull’altrettando applaudito e rivoluzionariamente innovativo Drive di Refn che comunque si è aggiudicato il premio per la Miglior Regia sperando sia un trampolino di lancio per un regista molto interessante, a Le Havre di Kaurismaki adorato dai critici di mezzo mondo che si è aggiudicato il premio FIPRESCI dei critici appunto, a Il Ragazzo con la Bicicletta dei Dardenne e Once Upon a Time in Anatolia di Ceylan che si sono aggiudicati ex aequo il Grand Prix della Giuria, il premio più importante dopo la Palma d’Oro per due (anzi tre) registi tra i più premiati nella storia del festival. Malick ha avuto la meglio anche su film gettonati come  il muto The Artist, Melancholia di Lars von Trier e di This Must Be The Place del nostro Sorrentino, che è uscito a mani vuote a differenza degli ultimi due che si sono aggiudicati i premi per le miglior interpretazioni: Kirsten Dunst nel film di von Trier e Jean Dojardin nel muto di Hazanavicius. Altri due film applauditi hanno vinto due premi importanti: Footnote per la miglior sceneggiatura e Polisse il Premio della Giuria.

Ceylan e i fratelli Dardenne premiati ex aequo con il Grand Prix della Giuria

  • Palma d’Oro: The Tree of Life
  • Grand Prix: ex aequo Il Ragazzo con la Bicicletta e Once Upon a Time in Anatolia
  • Migliore attore: Jean Dojardin (The Artist)
  • Migliore attrice: Kirsten Dunst (Melancholia)
  • Miglior sceneggiatura: Hearat Shulayim, Joseph Cedar (Footnote)
  • Miglior regista: Nicolas Winding Refn (Drive)
  • Premio della Giuria: Polisse
  • Camera d’Or (miglior regista esordiente): Las Acacias (Pablo Giorgelli)
  • Palma d’Oro al cortometraggio: Cross Country
  • Premio FIPRESCI (conferito dai critici): Le Havre di Aki Kaurismaki

Nicolas W. Refn miglior regista del festival con Drive

Purtroppo, come detto, niente da fare per i due comunque ottimi film italiani. Se Sorrentino si può dire insoddisfatto di non aver centrato neanche un premio minore (che conquistò 3 anni fa con Il Divo) eccetto quello della Giuria Ecumenica, Habemus Papam puntava sulla solida interpretazione di Michel Piccoli che evidentemente non ha colpito la giuria quanto quella di Dojardin. Sorpresa piacevole invece il premio per la “melanconica” Kirsten Dunst che nonostante le polemiche al regista del film ha vinto un premio per lei ambitissimo.

Inoltre nella sezione Un Certain Regard a dispetto dei pronostici e i molti elogi non ha vinto Gus Van Sant con Restless, ma il coreano Kim Ki-Duk con Arirang, documenario sulla sofferenza personale del regista, ex aequo con il tedesco Stopped On Track di Andreas Dresen.